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Novembre 2026

 

03/11/2026

Attualità. "Comprano speranza e pèrdono; è così che in tanti si rovinano"; di Giovanni Volpe

 

Comprano speranza e pèrdono; è così che in tanti si rovinano
Ludopatia

Spesso li vedi negli angoli più remoti di un bar, in separé appositamente pensati per loro. Oppure li trovi ad affollare le sale giochi, luoghi destinati al pubblico ludibrio. Non sono principi o duchi. Non sono Vittorio De Sica. Non hanno il savoir-vivre dei facoltosi frequentatori di casinò. Macché.

Comprano speranza e pèrdono; è così che in tanti si rovinano
(Ludopatia)

Sono paonazzi in viso, indossano ancora gli abiti da lavoro, stanno aggrappati a una birra e fissano uno schermo. Nevrotici, irosi, con sulle spalle tutto il peso di un'esistenza grama.
Grattano, segnano, aspettano, spingono tasti su una macchinetta. Comprano speranza e pèrdono, quasi sempre, sempre. Ma non smettono di sperare.
È così che in tanti si rovinano, ma dovremmo esser loro grati, perché questo Stato, che dovrebbe proteggerli, sulla loro disperazione e sulla loro illusione ci fa cassa e con una parte del ricavato finanzia persino quello Stato sociale che dovrebbe impedire alla disperazione di diventare un affare.
Bene, adesso le estrazioni del Superenalotto saranno cinque alla settimana. Cinque occasioni per sognare. Cinque per perdere. Cinque per contribuire al bene comune.
Forza, allora, giocate!
Che magari, con un piccolo sforzo collettivo, riusciamo finalmente a comprare la carta igienica per le turche delle scuole pubbliche
. 
  
Giovanni Volpe
3 novembre 2026
© Riproduzione riservata.
           


 

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03/11/2026

Comune. 4 Novembre a Grotte: il ricordo dei caduti e il valore della pace al centro della celebrazione

 

4 Novembre a Grotte
Locandina

Le Autorità civili e militari di Grotte, insieme ai cittadini che vorranno partecipare, si ritroveranno domani, mercoledì 4 novembre 2026, per celebrare la Giornata dell'Unità Nazionale e la Festa delle Forze Armate, ricorrenza dedicata a chi ha difeso la patria con l'obiettivo di costruire un futuro di pace e legalità.

4 Novembre a Grotte
(Locandina)

Il momento di incontro e raccoglimento è fissato in Piazza Umberto I alle ore 12.00. Si tratta di un momento di riflessione istituzionale e collettiva che ogni anno coinvolge la comunità locale e le autorità cittadine, per ricordare i caduti e rinnovare i valori della memoria storica. 
  
Redazione
3 novembre 2026
  


 

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02/11/2026

Società. "La Festa dei Morti di una volta: quando il ricordo dei defunti era una festa di tutta la comunità"; del dott. Salvatore Filippo Vitello

 

Dott. Salvatore Filippo Vitello
Salvatore Filippo Vitello

La Festa dei Morti di una volta: quando il ricordo dei defunti era una festa di tutta la comunità
Pupi di zucchero

Traggo spunto dal bel ricordo della festa dei morti, del prof. Iacono su Malgradotutto del 1 novembre 2026, al quale mi riaggancio per ribadire che c'è stato un tempo in cui, nei piccoli paesi dell'entroterra agrigentino, il 2 novembre non era soltanto il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. Era anche un giorno atteso, soprattutto dai bambini, che lo vivevano con un'emozione particolare, forse di più della stessa festa di Natale. Una ricorrenza nella quale il ricordo di chi non c'era più si intrecciava con la gioia dei più piccoli, con gli affetti familiari e con un patrimonio di consuetudini che apparteneva all'intera comunità.

La Festa dei Morti di una volta: quando il ricordo dei defunti era una festa di tutta la comunità
(I "pupi" di zucchero)

La Festa dei Morti aveva un significato che andava ben oltre la dimensione religiosa. Era una tradizione profondamente radicata nella cultura popolare siciliana, capace di tenere insieme il mondo dei vivi e quello dei defunti, la memoria familiare e la vita quotidiana, il dolore della perdita e la gioia dell'infanzia.
Per noi bambini di Grotte (così come a Racalmuto e nei paesi vicini), il 2 novembre era soprattutto il giorno in cui si riceveva qualcosa. Nelle famiglie con più possibilità poteva arrivare qualche giocattolo, magari un'automobilina o un piccolo gioco meccanico. Per la maggioranza, invece, il dono era più modesto: un pupo di zucchero, qualche dolcetto preparato in casa o le cosiddette ossa di morto, semplici biscotti fatti con farina e zucchero, tra i più economici e diffusi.
Non c'era ancora l'attesa di Babbo Natale (a quei tempi neanche si conosceva), almeno non nel significato che avrebbe assunto negli anni successivi. Era la Festa dei Morti il momento in cui i bambini ricevevano i loro regali, che secondo la tradizione erano portati dai familiari defunti. Era un modo affettuoso e suggestivo per raccontare ai più piccoli che i propri cari, pur non essendo più presenti, continuavano a ricordarsi di loro.
Una consuetudine che aveva anche un importante valore educativo: i bambini imparavano a conoscere i nonni, gli antenati e i parenti scomparsi attraverso il racconto familiare.
La morte non era un argomento da nascondere o da rimuovere, ma una realtà della vita con la quale si entrava in contatto attraverso i racconti, le preghiere e le tradizioni.
A Grotte, per noi che abitavamo nella zona della piazza, l'avvicinarsi della festa era annunciato anche da un appuntamento che non dimenticherò: l'esposizione dei giocattoli che curava lu zi Peppi Spitali, in via Garibaldi, proprio di fronte alla Chiesa Madre.
Era quello il luogo dove potevamo ammirare i giochi più desiderati e più in voga in quegli anni: automobiline, piccoli motorini a batteria e tante altre cose che, agli occhi di un bambino, sembravano meraviglie.
Bastava fermarsi davanti a quell'esposizione per cominciare a sognare e a immaginare quale di quei giocattoli avrebbe potuto trovare la mattina del 2 novembre... per molti era e rimaneva un sogno. Quell'attesa era parte integrante della festa.
Ma quel ricordo ci restituisce anche un'immagine di Grotte che oggi appartiene quasi a un'altra epoca. Via Garibaldi era allora una strada ricca di attività commerciali, con una presenza diffusa di negozi che animavano il centro e alimentavano la vita economica e sociale del paese. Ricordo una vera e propria successione di esercizi commerciali che partiva dal Calvario e arrivava fino alle scuole elementari.
Il commercio non era soltanto un'attività economica: era anche un elemento di aggregazione, un luogo di incontro e di relazione. Le vetrine, le botteghe e i negozi facevano parte della vita quotidiana e contribuivano a creare quell'atmosfera di paese nella quale tutti, in qualche modo, si conoscevano.
Dalla seconda metà degli anni Ottanta è cominciato un progressivo declino economico e commerciale, che oggi appare evidente.
Via Garibaldi e il centrale Viale della Vittoria hanno perso gran parte delle attività che un tempo li caratterizzavano. È venuta meno, insieme ai negozi, anche una parte importante della vitalità del centro urbano, che si anima solo nei giorni di festa, per il resto è un circolare di macchine e motorini.
L'altro grande protagonista della Festa dei Morti era il cimitero. Nei giorni del primo e del 2 novembre si registrava una partecipazione straordinaria. Le famiglie si recavano in visita ai propri defunti, si occupavano delle tombe, portavano fiori e si fermavano a pregare (si doveva tenere la tomba aperta). Il cimitero diventava il luogo di una manifestazione collettiva di affetto e di appartenenza.
Anche per noi ragazzi andare al cimitero era un appuntamento quasi irrinunciabile. Ci piaceva girare tra le tombe, osservare le cappelle e soffermarci davanti alle sepolture. Presso quasi ogni tomba era presente un familiare, che sembrava fare da guardia d'onore al proprio caro. Al nostro passaggio, ci fermavamo per un segno della croce, un gesto semplice, ma che esprimeva rispetto per i defunti e i loro familiari.
C'erano poi le suore del Boccone del Povero e quelle orfanelle (che non so perché pensavo fossero forestiere ed invece ho poi scoperto che alcune erano di Grotte) che, in cambio di una piccola offerta, recitavano ripetutamente e meccanicamente, di fronte alle tombe e su richiesta dei parenti, le preghiere per le anime dei defunti, senza capirne il senso e significato.
Erano immagini caratteristiche di quella ricorrenza, oggi difficili da ritrovare, che appartenevano a un mondo nel quale la religiosità popolare era ancora una componente essenziale della vita collettiva.
Era una festa anche quella. Non una festa nel senso della spensieratezza, naturalmente, ma un momento nel quale la comunità si ritrovava intorno alla memoria dei propri morti, riconoscendosi in una storia comune.
Il cimitero non era soltanto il luogo della sepoltura: era una sorta di archivio della memoria collettiva. Le tombe raccontavano le vicende delle famiglie, le generazioni che si erano succedute, le persone che avevano contribuito alla storia del paese.
Perché questa tradizione si è progressivamente dissolta? La distanza tra quella realtà e quella odierna è ormai enorme. Non si tratta soltanto di una diversa maniera di celebrare il 2 novembre, ma di una trasformazione profonda della società, dei rapporti familiari e dello stesso modo di percepire la morte.
Le ragioni della scomparsa della tradizione sono molteplici e si intrecciano tra loro. La prima è certamente il cambiamento della struttura sociale ed economica dei piccoli centri.
L'emigrazione, lo spopolamento e il progressivo invecchiamento della popolazione hanno modificato radicalmente la composizione delle comunità dell'entroterra agrigentino. Molte famiglie si sono trasferite altrove, i legami di vicinato si sono indeboliti e le occasioni di incontro collettivo sono diventate sempre più rare.
Un tempo la famiglia era il principale veicolo attraverso il quale si trasmettevano le tradizioni. I nonni raccontavano ai nipoti la storia dei propri genitori e dei propri antenati, tramandavano le consuetudini e mantenevano vivo il legame tra le generazioni. Oggi, con le famiglie sempre più piccole e spesso geograficamente disperse, questa trasmissione culturale è diventata più difficile.
Un secondo fattore è rappresentato dal mutamento dei modelli di consumo. La Festa dei Morti aveva anche una sua dimensione economica, legata alla produzione artigianale dei dolci, alla vendita dei giocattoli e alla vitalità dei piccoli negozi locali. I regali erano spesso semplici, ma avevano un valore affettivo enorme. Erano attesi, desiderati e vissuti come qualcosa di speciale.
Con il miglioramento delle condizioni economiche, la diffusione dei giocattoli durante tutto l'anno e la progressiva commercializzazione delle festività, quel carattere di eccezionalità si è attenuato. Ciò che un tempo rappresentava un dono straordinario è diventato un acquisto ordinario, disponibile in qualsiasi momento.
Anche il rapporto con la religione e con la morte è profondamente cambiato. La società contemporanea tende spesso a rimuovere la morte dalla quotidianità, a relegarla in una dimensione privata, quasi fosse un argomento da evitare.
In passato, invece, il ricordo dei defunti era parte integrante della vita familiare e comunitaria. Le visite al cimitero, le preghiere e le consuetudini del 2 novembre erano occasioni nelle quali il ricordo si manifestava pubblicamente.
Infine, non si può trascurare il ruolo dei nuovi modelli culturali e delle festività importate, prima fra tutte Halloween. La sua diffusione ha introdotto una diversa rappresentazione del rapporto con la morte: non più prevalentemente legata alla memoria dei propri cari, ma trasformata in occasione di divertimento, travestimenti e consumo.
Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire ad Halloween la responsabilità della scomparsa della Festa dei Morti. La sua diffusione è piuttosto il segno di un cambiamento culturale già avvenuto. Una tradizione perde forza quando non viene più trasmessa, quando non trova più spazio nella vita delle famiglie e quando le nuove generazioni non ne percepiscono il significato.
Non bisogna avere nostalgia indiscriminata del passato. Molte delle trasformazioni intervenute negli ultimi decenni hanno rappresentato un indiscutibile progresso: migliori condizioni di vita, maggiore benessere, nuove opportunità di studio e di lavoro, una società meno condizionata da difficoltà materiali che un tempo erano molto diffuse.
Eppure, questo sviluppo ha avuto anche un prezzo sul piano sociale e culturale.
I piccoli paesi hanno perso progressivamente una parte della loro identità comunitaria. Le piazze si sono svuotate, le attività commerciali hanno chiuso, le relazioni si sono diradate e molte consuetudini sono scomparse senza essere sostituite da altrettante occasioni di aggregazione.
Anche il cimitero, che un tempo rappresentava uno dei luoghi più frequentati e curati della comunità, restituisce oggi un'immagine diversa.
Nel mio caso, il cimitero di Grotte rimane una tappa imprescindibile ogni volta che ritorno al paese. È un luogo nel quale ritrovo affetti, ricordi e una parte importante della mia storia personale.
Eppure, non posso fare a meno di notare lo stato di abbandono di numerose tombe, soprattutto nella parte più antica e monumentale, quella che si incontra già dall'ingresso. Sepolture che un tempo erano testimonianza della presenza e della storia di importanti famiglie del paese appaiono oggi trascurate, talvolta in rovina.
È un'immagine che induce a riflettere. Perché la cura delle tombe non è soltanto una questione di decoro o di manutenzione: è anche una forma di rispetto per la memoria, un modo per conservare il legame con chi ci ha preceduto.
Tra la Festa dei Morti di sessant'anni fa e quella di oggi esiste una distanza che appare quasi incolmabile. Non si tratta soltanto della scomparsa dei giocattoli, dei dolci tradizionali o delle antiche consuetudini. È venuto meno soprattutto quel sentimento collettivo che faceva della ricorrenza un momento di partecipazione dell'intera comunità.
Forse non è possibile, e nemmeno necessario, riportare in vita integralmente un mondo che appartiene ormai alla storia. Le condizioni sociali, economiche e culturali sono cambiate e non avrebbe senso pretendere che le nuove generazioni vivano le festività con gli stessi sentimenti e le stesse modalità dei loro nonni.
Ma sarebbe importante non perdere il significato più profondo di quella tradizione: il valore della memoria, il rispetto per i defunti, il legame tra le generazioni e la capacità di riconoscersi in una storia comune.
La Festa dei Morti ci ricordava che non siamo individui isolati, ma il risultato di una storia familiare e collettiva. Ci insegnava che i nostri cari continuano a vivere nei ricordi, nei racconti e nei gesti di chi resta. Forse è proprio questo il patrimonio più prezioso che rischiamo di perdere.
Le tradizioni non scompaiono soltanto perché cambiano le abitudini. Scompaiono soprattutto quando una comunità smette di riconoscersi in esse e non sente più il bisogno di trasmetterle.
Ecco perché il ricordo della Festa dei Morti di una volta non deve essere considerato soltanto un esercizio di nostalgia. È anche un modo per interrogarsi sul presente dei nostri paesi, sulla loro progressiva perdita di identità e sulla necessità di conservare almeno quella parte della nostra storia che ancora può parlare alle nuove generazioni.
Perché un paese non è fatto soltanto di strade, case e piazze. È fatto anche delle persone che lo hanno abitato, delle loro storie, dei loro affetti e delle tradizioni che hanno lasciato in eredità.
E forse, quando il 2 novembre torniamo al cimitero e ci fermiamo davanti alle tombe dei nostri cari, dovremmo ricordare anche questo: che custodire la memoria dei morti significa, in fondo, custodire l'anima dei vivi. 
  

Salvatore Filippo Vitello

2 novembre 2026 
© Riproduzione riservata.
        

 

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01/11/2026

Curiosità. "I mesi dell'anno in filastrocca - Novembre"; di Giuseppe Castronovo

 

I mesi dell'anno in filastrocca
Filastrocca dei mesi


"
I MESI DELL'ANNO IN FILASTROCCA"

NOVEMBRE

Per tutti Santi (1 novembre)
mantello e guanti.

Per la Festa di San Martino (11 novembre)
apri la botte e assaggia il vino.

Novembre va in montagna
e abbacchia la castagna.

Trenta dì conta Novembre
con aprile giugno e settembre;
di ventotto ce n’è uno,
tutti gli altri ne han trentuno
.
     

 

   

Giuseppe Castronovo
(gcastronovo.blogspot.it)
  

 

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