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Giugno 2026

 

10/06/2026

Attualità. "La sopraffazione del potere e la forza della non violenza"; di Salvatore Ciccotto

 

Global Sumud Flotilla
Flotilla

L’ultima missione della Global Sumud Flotilla si è conclusa il 26 maggio 2026. Le navi degli attivisti sono  state intercettate dall'esercito e dalla marina israeliana in acque internazionali al largo di Cipro e Creta e tutti quanti sono stati condotti nel carcere di Ketziot. Le immagini di quell’arresto hanno fatto il giro del mondo.

Global Sumud Flotilla
(Global Sumud Flotilla)

Uomini e donne in ginocchio con le mani legati con il Ministro della Sicurezza Nazionale Ben Gviz che con spavalderia sventola la bandiera israeliana continuando a ripetere: Benvenuti in Israele, qui i padroni siamo noi.
Quelle immagini stranamente mi hanno riportato indietro nel tempo, precisamente al 1975: anno di uscita di un film che sin dalle prime proiezioni ha generato scandalo e scalpore.
Sto parlando di “Salò, o le 120 giornate di Sodoma” un film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini presentato la prima volta al Festival cinematografico di Parigi il 22 novembre del 1975, tre settimane dopo il barbaro assassinio del regista.
Quel film è ispirato sia al testo del Marchese De Sade che all’inferno dantesco e racconta l’uso strumentale del corpo da parte del potere.
Quattro fascisti sequestrano giovani di ambo i sessi e li sfruttano per soddisfare il loro piacere perverso.
Il contesto è la repubblica di Salò con tutte le sue nefandezze.
In questo ultimo film, considerato da tutti il suo testamento poetico, Pier Paolo Pasolini - trasgredendo ogni convenzione cinematografica - mette in scena l’orrore della storia.
Da sempre gli abusi e gli stupri in tempi di guerra sono stati utilizzati come strumento di dominio e di prevaricazione dell’uomo sull’uomo.
Un atto che tende all’annullamento della dignità della persona.
Secondo l’ultimo rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui territori palestinesi, nelle carceri israeliane l’abuso sessuale viene perpetrato sistematicamente come strumento di tortura e di intimidazione.
Trecento testimonianze raccolte descrivono stupri, violenze di massa, aggressioni con manganelli e cani e violenze mirate agli organi genitali.
La violenza sessuale nelle carceri israeliane è utilizzata sia come mezzo di tortura fisica che per infliggere un’umiliazione psicologica.
Il merito degli attivisti della flotilla è stato quello di aver fatto parlare di tutto ciò; di aver fatto conoscere, seppure in minima parte, quello che succede nelle carcere israeliane e di come il potere di Netanyahu tende ad annullare la vita e la dignità del popolo palestinese con continue violazioni del diritto internazionale.
Non è vero che queste missioni non servono a niente, come dice qualcuno che nel nostro paese rappresenta la seconda carica dello Stato.
Da sempre gli strumenti della non violenza servono a smuovere le coscienze e a far emergere gli abusi e le contraddizioni di un potere che semina solo morte e distruzione
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Salvatore Ciccotto
10 giugno 2026 
© Riproduzione riservata.
  


 

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09/06/2026

Politica. Decio Terrana: "Gli ultimi eventi ed i risultati conseguiti impongono una riflessione seria e responsabile"

 

Decio Terrana
Decio Terrana

Dopo le recenti vicende politiche e i risultati delle elezioni amministrative appena trascorse, l'on. Decio Terrana, coordinatore politico dell'Udc in Sicilia, invita tutti alla riflessione.
"Gli ultimi eventi ed i risultati conseguiti impongono a tutti noi una riflessione seria e responsabile. Nessuno può ignorare le difficoltà che si sono manifestate all’interno del centrodestra, troppo spesso alimentate da egoismi, personalismi e da un’eccessiva ricerca di affermazioni individuali, che finiscono inevitabilmente per indebolire l’intera coalizione. Una comunità politica non può vivere di sospetti reciproci, veti incrociati e continue contrapposizioni. Quando prevale il gioco al massacro e ciascuno pensa esclusivamente a sé stesso, si smarrisce inevitabilmente il senso di appartenenza e viene meno quello spirito di squadra che, in passato, ha consentito al centrodestra di essere forte, credibile e vincente".
Il Coordinatore dell'Unione di Centro in Sicilia continua invitando alla coesione: "Lo affermo con serenità e senza alcuno spirito polemico, nella mia qualità di Coordinatore regionale dell’Udc. In questi anni ho personalmente sperimentato atteggiamenti di chiusura e una non sempre adeguata sensibilità politica. È noto, infatti, che l’Udc non sia mai stata coinvolta negli incontri della maggioranza regionale, quasi come se la presenza del nostro partito potesse risultare scomoda a qualcuno. Nonostante ciò, abbiamo sempre mantenuto un atteggiamento responsabile e leale, anteponendo gli interessi della coalizione a quelli di parte. La politica, tuttavia, non può essere condizionata da gelosie, convenienze contingenti o logiche di esclusione. È necessario recuperare il rispetto reciproco, valorizzare tutte le forze che compongono la coalizione e ricostruire un clima di autentica collaborazione. L’Udc continuerà a offrire il proprio contributo con lealtà, equilibrio e spirito costruttivo - conclude Terrana -, nella convinzione che soltanto attraverso una vera cultura di squadra, fondata sul rispetto, sulla condivisione e sul senso di appartenenza, si possa restituire forza e credibilità al centrodestra e offrire ai cittadini una proposta politica all’altezza delle sfide che ci attendono"
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Redazione
9 giugno 2026
  


 

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08/06/2026

Chiesa. Giuseppe La Mendola tra i 6 seminaristi ammessi agli Ordini sacri; cerimonia lunedì 29 giugno in Cattedrale

 

Giuseppe La Mendola tra i 6 seminaristi ammessi agli Ordini sacri
Locandina

Lunedì 29 giugno 2026, alle ore 18.00, presso la Basilica Cattedrale di San Gerlando ad Agrigento, avrà luogo un momento significativo nella vita della Chiesa locale: in coincidenza con la ricorrenza liturgica della Solennità dei Santi Pietro e Paolo, l’Arcivescovo della diocesi di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, insieme alla comunità del Seminario arcivescovile, presiederà il rito dell’Ammissione tra i candidati agli Ordini Sacri di sei giovani studenti di teologia.

Giuseppe La Mendola tra i 6 seminaristi ammessi agli Ordini sacri
(Locandina)

I seminaristi chiamati a compiere questo passo ufficiale verso il sacerdozio sono: Paolo Casimiro della comunità ecclesiale di Ribera, Giuseppe Ferrante di San Biagio Platani, Salvatore Mortillaro di Lucca Sicula, Pasquale Sciara di Siculiana, Emanuele Salemi di Bivona e Giuseppe La Mendola della comunità ecclesiale di Grotte.
Il rito inserirà i sei giovani nel novero dei candidati al diaconato e al presbiterato. Tra i futuri diaconi e sacerdoti anche Giuseppe La Mendola, che giunge a questo traguardo dopo aver già ricevuto il ministero del Lettorato. Per il giovane di Grotte questo passaggio ufficiale consolida un lungo e approfondito percorso di formazione teologica, spirituale e comunitaria vissuto all'interno del Seminario di Agrigento, assistito dall'intera comunità della parrocchia Madonna del Carmelo di Grotte guidata da don Sergio Sanfilippo.
Accanto allo studio accademico delle discipline teologiche, Giuseppe La Mendola ha affiancato in questi anni una costante attività pastorale sul territorio diocesano, un'esperienza pratica a contatto con le parrocchie e le realtà sociali che gli ha permesso di maturare le competenze e la sensibilità necessarie per il futuro servizio ministeriale a favore dei fedeli.
L'ammissione rappresenterà la dichiarazione pubblica, da parte dei seminaristi, della propria intenzione di offrirsi a Dio e alla Chiesa per il ministero sacro, e l'accettazione formale da parte del vescovo a nome della comunità. I sei giovani continueranno il loro cammino di studi e di servizio spirituale in vista delle future ordinazioni
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Carmelo Arnone
8 giugno 2026 
© Riproduzione riservata.
  


 

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06/06/2026

Sport. Torneo di calcio a 5 "World Cup 2026 - Muoviti Grotte Edition"; da lunedì 8 giugno

 

Torneo di calcio a 5 "World Cup 2026 - Muoviti Grotte Edition"
Locandina

Torneo di calcio a 5 "World Cup 2026 - Muoviti Grotte Edition"
Calendario

Prenderà il via lunedì prossimo, 8 giugno, la "World Cup 2026 - Muoviti Grotte Edition", un torneo di calcio a 5 che vedrà la partecipazione di 12 squadre, ciascuna associata al nome di una nazionale calcistica. Le partite si giocheranno presso il campo comunale di calcetto di Grotte e termineranno con la finale di mercoledì 8 luglio.

Torneo di calcio a 5 "World Cup 2026 - Muoviti Grotte Edition"
(Locandina)

L’attività sportiva è organizzata dall'associazione "Muoviti Grotte", con il patrocinio del Comune di Grotte - che ha concesso l'uso della struttura comunale -, e si svolgerà in collaborazione con il Centro Nazionale Libertas.
Le dodici formazioni iscritte sono state suddivise in tre fasce di merito prima del sorteggio, utile a comporre i due gironi iniziali da sei squadre ciascuno (Girone A e Girone B). In ogni raggruppamento sono state inserite due squadre per ogni fascia.
Le nazionali rappresentate sono:
- 1ª Fascia, con Argentina, Francia, Portogallo, Olanda;
- 2ª Fascia, con Brasile, Uruguay, Germania, Spagna;
- 3ª Fascia, con Norvegia, Belgio, Inghilterra, Messico.

Torneo di calcio a 5 "World Cup 2026 - Muoviti Grotte Edition"
(Calendario)

Nella prima fase del torneo ogni squadra disputerà cinque partite. Al termine delle gare del girone, le prime quattro classificate di ciascun gruppo otterranno il pass per la fase successiva a eliminazione diretta, mentre le ultime due verranno eliminate.
Il programma orario delle sfide prevede tre turni di gioco a sera, fissati alle ore 20.00, alle 21.00 e alle 22.00, salvo diverse indicazioni specifiche.
Di seguito la struttura dettagliata delle quattro settimane di gara.
Fase a gironi:
- nella settimana 1 si giocherà lunedì 8 giugno (Girone A), mercoledì 10 giugno (Girone B) e venerdì 12 giugno (Girone A);
- nella settimana 2 le partite cadranno martedì 16 giugno (Girone B), mercoledì 17 giugno (Girone A) e venerdì 19 giugno (Girone B);
- nella settimana 3, incontri fissati per lunedì 22 giugno (Girone A), mercoledì 24 giugno (Girone B) e venerdì 26 giugno (Girone A);
- nella settimana 4, gli ultimi match dei gironi si disputeranno lunedì 29 giugno (Girone B).
Fase a eliminazione diretta: nei quarti di finale si metteranno di fronte le qualificate dei due gironi secondo uno schema incrociato (la prima del Girone A contro la quarta del Girone B, la seconda del Girone B contro la terza del Girone A, e così via); gli orari di questa fase cambiano leggermente, con le gare programmate alle 20.30 e alle 21.30.
I quarti di finale si svolgeranno mercoledì 1 luglio (primi due quarti) e venerdì 3 luglio (terzo e quarto quarto).
Le semifinali saranno disputate lunedì 6 luglio alle ore 20.30 e alle ore 21.30 tra le quattro vincenti.
Le finali si terranno mercoledì 8 luglio. La serata conclusiva prevede alle ore 20.00 la finale per il terzo e quarto posto tra le due squadre sconfitte in semifinale e, a seguire, alle ore 21.00 la finalissima che decreterà la squadra vincitrice del torneo
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Carmelo Arnone
6 giugno 2026 
© Riproduzione riservata.
  


 

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05/06/2026

Politica. Decio Terrana: "L'UDC cresce in Sicilia. Consigliera comunale di Santa Flavia aderisce al partito"

 

Decio Terrana
Decio Terrana

La consigliera comunale Adelaide Giuseppa Maggiore, di Santa Flavia, ha aderito ufficialmente al progetto dell'Unione di Centro, seguendo il percorso intrapreso da Maurizio Lo Galbo, da mesi punto di riferimento in Sicilia e in provincia di Palermo per l’UDC.
Per me è motivo di profonda gioia e orgoglio continuare a seguire, anche in questa nuova fase, il caro amico Maurizio Lo Galbo, al quale ripongo fiducia e stima. Sono convinta che, insieme a tanti altri amministratori, possiamo davvero aprire una nuova stagione politica per il bene comune della collettività siciliana”, sono queste le prime dichiarazioni della Consigliera comunale di Santa Flavia.
Commenta soddisfatto il Coordinatore della Provincia di Palermo dell'UDC, Paolo Franzella: "L'UDC sta crescendo in maniera capillare in tutto il territorio palermitano; siamo felici e soddisfatti della presenza che aumenta ogni giorno sui territori grazie al continuo lavoro dei coordinatori e dirigenti dell'UDC".
L’on. Decio Terrana, coordinatore politico dell'Unione di Centro in Sicilia, dichiara: “Il passaggio di Adelaide Giuseppa Maggiore rappresenta un segnale politico chiaro e significativo della costante crescita dell’Unione di Centro in Sicilia. Un’adesione che conferma la credibilità del nostro progetto politico, fondato sui valori del popolarismo, della responsabilità istituzionale e della centralità dei territori. L’UDC continua ad attrarre amministratori e personalità che scelgono un percorso serio, coerente e orientato al bene comune, lontano da improvvisazioni e logiche di mera propaganda. Il nostro obiettivo resta quello di rafforzare una presenza politica solida e radicata, capace di offrire risposte concrete ai bisogni dei cittadini siciliani
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Redazione
5 giugno 2026
  


 

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04/06/2026

Ricorrenze. Monologo di Paola Cortellesi per il 2 Giugno, Festa della Repubblica

 

Paola Cortellesi
Paola Cortellesi
 

Proponiamo il memorabile monologo di Paola Cortellesi al Quirinale per il 2 giugno e gli 80 anni della Repubblica.

Paola Cortellesi
(Paola Cortellesi)

"Ottant'anni fa nasceva la Repubblica Italiana.
Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza.
Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, un gesto semplice e insieme rivoluzionario.
Dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto.
E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.
Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e il 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra monarchia e repubblica e all'elezione dell'assemblea costituente.
Finalmente, almeno lì dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro. Prima di quel momento la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un'idea precisa di subordinazione e obbedienza.
Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte anche per legge a un unico ruolo considerato naturale: moglie, madre, custode del focolare.
La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto di limitazione dell'autonomia femminile. Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo, come filosofia e storia nei licei.
L'istruzione di bambini e ragazze fu orientata verso lavori donneschi, ovvero mansioni domestiche. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi, avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.
In questi passaggi del volume ‘Politica della famiglia’ del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: ‘La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia’.
E ancora: ‘Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile’.
In sintesi è: ‘Vengono a rubarci il lavoro’. Questo concetto, devo dire, va ancora fortissimo. È un jolly da giocarsi a seconda delle categorie. Allora erano le donne.
Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza, ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi. In un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram, ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.
Adottarono un nome di battaglia, come misura di sicurezza per sé e per i compagni, e si unirono alle circa 300.000 persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.
Teresa Vergalli, nome di battaglia Annuska, staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce e una piccola rivoltella nel reggipetto per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra girò per le campagne con il facsimile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.
Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all'impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.
Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata e uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente perché tutti vedessero qual era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.
Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Molte di quelle ragazze erano adolescenti, non avevano ancora il diritto di lavoro, ma stavano già scegliendo il futuro dell'Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale. Il carcere, la tortura, la morte.
Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell'assemblea costituente. Nilde Iotti, che aveva partecipato alla resistenza nei gruppi di difesa della donna, divenne una delle 21 donne costituenti e anni dopo la prima presidente della Camera.
Teresa Mattei, partigiana a 20 anni, contribuì alla scrittura dell'articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Ma accanto a queste figure straordinarie c'era la moltitudine silenziosa delle donne comuni, quelle piegate dal lavoro fin dall'infanzia, indottrinate alla sottomissione, destinate nei casi migliori a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame, sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra.
Insomma: quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.
Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine, non più soltanto madri o mogli, ma persone. Titolari di una volontà politica e di diritti, essere convocate attraverso il voto a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo.
Si saranno percepite come gocce nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande?
Con quale emozione avranno vissuto quel momento?
La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni: "Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un'autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d'esame. Ripassiamo mentalmente la lezione, quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d'amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari".
Da pari. Con quel gesto nasceva la promessa di una repubblica fondata sulla dignità e sull'uguaglianza.
La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.
Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall'obbedienza imposta.
L'effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute.
Dobbiamo lavorarci.
Dico ‘dobbiamo’ perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte.
Molto è cambiato da allora.
Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare. E quel diritto conquistato 80 anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.
Oggi, festeggiare gli 80 anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia, che nessun tiranno decida per noi.
Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci ogni giorno a meritarla.
Irma Bandiera, prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: "Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa".

Quelli dopo di lei siamo noi"
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Paola Cortellesi
2 giugno 2026
  


 

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04/06/2026

Racconto. "Oltre lo schermo della 4^ C"; di Salvatore Ciccotto

 

Salvatore Ciccotto
Salvatore Ciccotto


Oltre lo schermo della 4^ C
Rispetto


"Oltre lo schermo della 4^ C"
di Salvatore Ciccotto

Oltre lo schermo della 4^ C
(Rispetto)

La vita in quella piccola scuola di provincia scorreva come al solito, niente di eclatante.
Gli insegnanti si avvicendavano nelle varie classi fra un suono e l’altro della campanella, le solite riunioni, e poi gli alunni che a volte erano tranquilli e altre volte rumorosi.
Tutto questo sino a quando non successero i fatti che sto per narrarvi.
Quell’anno nell’aula in fondo al corridoio c’era la “4^ C Imp.”, una classe che non godeva di buona fama; spesso era stata richiamata per comportamenti poco corretti.
Erano i primi giorni di aprile, gli alberi del giardino della scuola si erano vestiti di un verde lussureggiante e l’aria cominciava ad essere tiepida.
Alla quarta ora del giovedì il professore di Italiano entrò in classe.
Era un uomo di mezza età, alto, slanciato, con una folta barba grigia, il suo nome era Antonino Aricò.
Durante la sua lunga carriera, con gli alunni era sempre riuscito a entrare in sintonia.
Lo studio della letteratura lo considerava uno strumento per fare questo.
Dai vari autori che si studiavano lui riusciva sempre a far emergere aspetti, argomenti, curiosità che potessero stimolare l’interesse degli alunni.
Era sempre riuscito a fare questo ma con la “4^ C Imp.” quell’anno non c’era verso.
Quella mattina Aricò chiamò l’appello e poi esordì: “Viviamo al tempo dei social e ognuno di noi, più che essere sé stesso, vuole apparire. Agli occhi degli altri tutti noi, e mi ci metto pure io, dobbiamo per forza essere i migliori, quelli che stupiscono, quelli che pubblicano nei social le cose più originali, insolite. La vita di tutti giorni, quella fatta di fatica, di sacrificio, di relazioni con gli altri, é come se non esistesse. Il virtuale ha preso il posto del reale, la finzione il posto della verità”.
Poi rivolto agli alunni chiese: “Che ne pensate voi?”.
Nessuno rispose.
Oggi parliamo di Giacomo Leopardi” disse il prof.; dal fondo della classe si senti una voce: “Prufissù, cu è, chiddru sfigatu, chiddru ca avia a ù ìmmu?”.
Aricòsi si chiuse in un lungo silenzio, aprì il libro e con tono energico cominciò a leggere “L’infinito”.
Durante la lettura della poesia tutti stettero zitti ad ascoltare, poi, rivolto a chi era seduto in fondo, disse: “Ditemi voi, voi che sorridete. Chi ha l’ardire di chiamare sfigato un ragazzo così? Un ragazzo che è stato capace di trasformare le sue sfortune in trampolino per aprire la testa e il cuore delle persone. Ditemi, chi di voi è capace di affrontare la vita come ha fatto lui con questo coraggio, e di creare così tanta bellezza?”.
Poi, rivolto al resto della classe, aggiunse: “Ragazzi miei, la genialità di Leopardi sta proprio in questo, nell’aver trasformato la sua fragilità in risorsa”.
Fece appena in tempo a dire queste cose che la campanella suonò, ed era ora di andare via.
Quel pomeriggio Aricò si mise in tenuta da corsa e si diresse verso la spiaggia della Ciammarita.
Per lui la corsa rappresentava un momento di svago, un momento in cui tutti i pensieri volavano via, ma quella volta non fu così.
Mentre i suoi piedi affondavano nella sabbia, la sua mente continuava a pensare a quello che succedeva in quella classe, la “4^ C Imp.”.
Negli ultimi tempi aveva notato strani movimenti.
Al centro di tutto c’erano sempre loro: il trio, come lo chiamava lui.
Era un gruppo formato da tre alunni: Giuseppe Munacò detto Tatù per i tanti tatuaggi  che aveva su tutto il corpo, Enzuccio Scalambrino denominato U chiovu per la sua eccessiva magrezza, e infine Peppino Pellerito che tutto il giorno scorrazzava per il paese con una moto di grossa cilindrata.
Ultimamente i tre avevano preso di mira Andrea Briguglio, un alunno di quella classe, obeso, impacciato, che non aveva amici.
Quel ragazzo lo si vedeva ogni giorno girare per la scuola sempre da solo.
Aveva perso la madre quando era ancora bambino e ora viveva col padre, insieme ad un altro fratello più piccolo.
Aricò accelerò il passo, respirando profondamente. In lontananza si vedeva il golfo di Castellammare.
Stava quasi per arrivare ad Alcamo Marina quando fece un inversione a u e tornò indietro.
Il pensiero gli andò a quella volta quando, dopo aver letto il tema, ebbe la conferma che Andrea stava vivendo una situazione di disagio.
Un giorno lo andò a trovare durante la ricreazione. Era seduto su una panchina mentre mangiava il panino.
Gli disse: “Leggendo il tuo ultimo tema, c’è qualcosa che non capisco. Posso chiederti una cosa?”.
Il viso del ragazzo diventò paonazzo, poi balbettando rispose: “Sì prof., mi dica”.

Da quello che hai scritto mi sembra di intuire che c’è qualcosa che ti impedisce di essere veramente te stesso. Ho capito bene?”.

Professore no, tranquillo! Io dicevo così, tanto per dire…”.

Andrea, che con me puoi parlare, lo sai.. Forse ci sono compagni che ti danno fastidio?”.

No prof., tutto a posto”.
Quella volta una cosa era saltata agli occhi di Antonino Aricò: mentre l’alunno parlava con lui, il suo smartphone era tempestato da continue notifiche.
Il sole stava tramontando. Da ponente soffiava una leggera brezza. Il prof. aveva finito la sua corsa.
Passò circa una settimana da quando Aricò ebbe quell’ultima discussione con Andrea.
Un giorno, mentre camminava nel corridoio, improvvisamente si vide investire da un ragazzo che correva all’impazzata.

Prufissù, le devo dire na cosa”.

Era Briguglio.
Dimmi, che è successo, perché sei così stravolto?”.

Su Istagram stamattina ho trovato questo. Guardi che mi hanno fatto”.

Il ragazzo accese lo smartphone e lo diede al professore.
Stai calmo, non ti agitare, ora vediamo cosa possiamo fare”.
Mentre Aricò guardava lo smartphone dell’alunno, dal suo viso non trapelava niente, anche se dentro di sé la rabbia esplodeva forte.
Del fatto successo fu informata subito la Dirigenza che segnalò il tutto alla polizia postale.

Dopo indagini accurate furono trovati e condannati i responsabili per diffamazione aggravata (art. 595 c.p.), trattamento illecito di dati personali (art. 167 Codice Privacy), sostituzione di persona (art. 494 c.p.).

E tutto finì così.
Perché la scuola è… luogo protetto dove si cresce insieme agli altri; palestra di vita, nella quale ci si allena per affrontare il mondo; insieme di persone che democraticamente condividono esperienze individuali e collettive; laboratorio dove ci si confronta e si impara a relazionarsi con gli altri; posto formidabile dove il rispetto per chi ci sta accanto è al primo posto.

Salvatore Ciccotto

Pubblicato dalla testata giornalistica
Grotte.info Quotidiano
su www.grotte.info il 4 giugno 2026.
Per gentile concessione dell'Autore.

© Riproduzione riservata.
  

 

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03/06/2026

Storie. "Racconto d'inverno. Con il sorriso e il pianto di tutta una vita"; di Ghost Writer

 

Racconto d'inverno. Con il sorriso e il pianto di tutta una vita
Addio


"Racconto d'inverno"
Con il sorriso e il pianto di tutta una vita
di Ghost Writer

Racconto d'inverno. Con il sorriso e il pianto di tutta una vita
(Addio)

I

«Maledetti il cielo e la terra» disse lui, con tono sommesso.
«
Maledetti noi» rispose lei, con il cuore in tumulto. «E maledetto l'amore che ci ha condotti a questo punto», sospirò lui, mentre lei aggiunse sottovoce: «Con l’illusione che potesse durare».
Un velo di malinconia sfiorava il viso di Paola che, per trattenere il pianto, si mordeva il labbro, mentre lui, guardando l’orizzonte tra i fiori dei mandorli appena sbocciati al primo raggio di sole, chiosò: «E maledetto il rimpianto che ci tormenta».
Con queste parole sconsolate stava per chiudersi l’incontro di due giovani, preparato in fretta e pensato per trascorrere alcune ore insieme, e forse per non lasciarsi più. Si guardavano muti, il capo appena inclinato sotto il peso di una trepidazione nuova. Le mani si cercavano e si intrecciavano tremanti, desiderose di quel tepore che li aveva riavvicinati dopo tempo, ma che ora sembrava già in procinto di dissolversi.
In quella tiepida giornata d’inverno, il quattordici febbraio, si erano dati appuntamento in un campo appena fuori città per un frugale pic-nic all’aperto, romantico e singolare, perfetto per brindare alla festa degli innamorati, lontani da sguardi indiscreti. L’attesa era stata quasi frenetica, ma il solo pensiero di un incontro così speciale non riusciva a contenere l’apprensione per ciò che sarebbe stato.
Nel vano bagagli della macchina, allestito per l’occasione in un curioso étagère, avevano riposto la teglia con il pesce preparato da uno chef del posto e un fresco e invitante “Colomba platino”, da poco imbottigliato. Dall'autoradio risuonavano intanto le note di “Without you” impreziosite dalla voce di Mariah Carey, diffondendo una straziante malinconia.
Erano giovani, erano belli, si piacevano e si amavano, ma non bastava. Sommersi dalla passione, non si accorgevano della tempesta che minacciava di spazzarli via, né del pericolo che aleggiava intorno a loro. Si scoprivano forti nell’amore che li univa, incuranti ancora degli ostacoli che lo avrebbero sottoposto a dura prova.
Eppure decisero di non fermarsi, di scostare la preoccupazione del domani e di godere di quegli istanti rubati di serenità. Del resto, il destino spesso pretende una spinta per cambiare rotta. E quella spinta arrivò, ma non dal coraggio, bensì dalla stanchezza: erano stanchi di amarsi a bocca chiusa, di fingere di ignorarsi, di ripetersi che i battiti uditi all’unisono fossero normali. Così, vollero interrogarsi per capire finalmente cosa fosse accaduto tra loro di così emotivamente magnetico.

«
Non so più come fare a non dirtelo - esordì Ninì - ma devo ammetterlo: ecco, di fronte a te c’è un uomo vinto, debole e indifeso, come chi si innamora follemente, ma non sa spiegarselo». Si chinò sulle ginocchia, le prese la mano, le chiese di chiudere gli occhi e sussurrò: «Io ti amo, ti amo da sempre, di un amore infinito, ti amo con la devozione di chi non teme il tempo, con la fedeltà di chi non chiede nulla in cambio se non il privilegio di pensare a te e di guardarti ogni giorno. Ebbene, io mi domando e ti domando se i palpiti che mi si affollano dentro mi faranno ritrovare il conforto perduto o se invece dovrò soccombere al primo cenno di disillusione». Le sue palpebre tremarono, ma non le aprì. Restò così, come se volesse prolungare l’insolito monologo facendolo riecheggiare ancora una volta per coprire il silenzio che appannava l’unicità del momento. Il calore della mano di lei lo teneva ancorato a terra, aspettando una reazione.
Quando riaprì gli occhi, ancora sospeso tra la speranza e l’incertezza, incrociò il sorriso consolante di Paola, il sorriso di chi sa già tutto, ancor prima di te. Lei socchiuse gli occhi, come se volesse focalizzare qualcosa di incredibile, il viso si illuminò e una minuscola ruga le comparve a lato delle labbra, quella che sembrava scoprire le sue vere intenzioni: «Ti ho sgamato; ecco perché mi stai addosso da mesi!». Poi il sorriso si distese, finché non divenne un liberatorio e sottinteso «L’avevo sospettato! Ma volevo sentirtelo dire». Nient’altro. Non servirono solenni proclami: gli accarezzò il capo, lo fece alzare e lo scrutò.
Lui trattenne il respiro, incredulo e disorientato, come se il tesoro custodito non fosse mai stato del tutto suo. Il naso di Paola si increspò e un lampo di ammiccante malizia si fece largo sul suo profilo roseo: «Adesso però voglio sapere di più: voglio assecondare l’audacia di quest’uomo che è riuscito a suscitarmi una simile combinazione di diffidenza e fascino. Voglio scoprire cosa nasconde la sua mente e sin dove arriva la sua sincerità. Attento a te, però - gli intimò silente, con piglio deciso - non è un invito, ma un avvertimento: non mortificare i miei sentimenti!». Poi, quasi spaventata della sua stessa indulgenza, ricompose i lineamenti del viso e, recuperata un’intonazione calma e distaccata, lo affrontò: «Bene, e quindi?».
L’eco di quella sfida gli raggelò il sangue. Ninì ripensò alla strategia dialettica studiata davanti allo specchio, alle espressioni accuratamente preparate per l’occasione; invece tutto sfumò in quell’unico, implacabile interrogativo. Impietrito di fronte a lei, non trovò più cos’altro dire: pronunciava discorsi sconnessi, si interrompeva, gesticolava nervosamente, privato di ogni difesa, una catastrofe. Riuscì a riprendersi dopo un po’ favorito da un lungo ma faticoso sospiro, e a continuare: «È stato quando ti ho rivista dopo anni, che mi sono accorto di essere stato profondamente travolto da un’emozione che mi toglieva forza e sicurezza. Ma non mi spiegavo perché. Tutt’intorno si svuotava, io restavo immobile e ti guardavo mentre parlavi o sorridevi con quella stessa identica inclinazione delle labbra che hai adesso. Inizialmente provavo l’effetto di un passato che credevo sepolto e che invece mi crollava addosso con la severità di un’accusa. Cercavo di dissimulare quell'ansito improvviso. Per anni mi ero raccontato la bugia di averti dimenticato, ma la verità, vera e spietata, era scritta nel ritmo accelerato del mio respiro: bastava un tuo solo sguardo per privarmi di ogni riparo e lasciarmi, ancora una volta, fragile e senza sollievo».
Lei ascoltava, lo guardava fisso, sembrava si fosse aperta una voragine da cui stare a distanza per non precipitare. Sulle prime, le sue sembianze si irrigidirono, congelate nel tentativo di arginare quel flusso emotivo così spiazzante. La sua espressione non lasciava trasparire nulla: nessuna sorpresa, ma anche nessuna irritazione, solo un timido, flebile battito di ciglia, un discreto atto di resa che sciolse la tensione iniziale e diede alla confessione di Ninì un cenno di intesa e la sensazione che la sua preghiera d'amore non sarebbe rimasta inascoltata.
In quel momento scorse che anche Paola sentiva la stessa necessità di nuove certezze, ora che le altre sembravano smarrite. E, perché no? Di qualcuno che l’ascoltasse senza giudicarla o correggerla, qualcuno capace di esaltarne il valore e le qualità, di stimolarla a esplorare altre mete. Ninì sperava di essere quel qualcuno. Avrebbe voluto respingere quell’idea - in fondo che diritto aveva di infiltrarsi nella sua vita? - ma quell’impulso rischiava di soffocarlo; perciò, raccolto l’ultimo briciolo di coraggio rimastogli, decise di farne finalmente un segreto condiviso a fior di labbra.
«Allora, perché quella domanda così secca e tassativa?» ripeteva a se stesso. Era sicuro di non esserle stato indifferente, di aver attirato la sua attenzione, anche se con piccoli espedienti - apparentemente casuali e privi di significato - solo per cogliere un accenno di interesse. Forse dietro quella barriera c’era solo timore. Fece un passo indietro per non sembrare troppo importuno, affermò imbarazzato e deluso: «E allora niente. Ora lo sai. Non c'è un dopo, un progetto, non c’è un “quindi”, c'è solo questa novità, ammesso che lo sia. Tutto qui».

II

Sembrava che tutto fosse finito lì, ma l’amore non poteva essere del tutto tacitato: Paola era bella, brillante, colta, sempre elegante e lui ne era orgoglioso. Lei era la sua libertà di essere, il silenzio che gli parlava, la scintilla che lo infiammava, il suo alito vitale; esprimeva sguardi e gesti che in un attimo lui riusciva a trasformare in poesia.
Era tutto cominciato tra le pieghe del mattino: un amore clandestino, custodito così bene da non sembrare reale, che si alimentava di sguardi rubati e di frasi non dette e cresceva sempre di più, senza che se ne potesse descrivere il modo, il perché o il quando: poteva solo essere vissuto con l’anima.
Era piacevolmente istintivo conversare con lei di romanzi o di film recenti, condividere testi di canzoni, versi di poesie, oppure semplicemente confrontarsi sulle definizioni delle parole crociate. Davvero originale, ma in quel miscuglio di questioni così in apparenza distanti tra loro non c’erano strappi o forzature, né il bisogno di inventare frivole conversazioni o riempire i vuoti con luoghi comuni. Ogni scambio verbale avveniva con la spontaneità del respiro che alimentava il loro generoso slancio, come se le loro menti avessero sempre parlato la stessa lingua, senza rendersene conto. La versatilità degli argomenti, che poteva oscillare con naturalezza da un libro a un cruciverba, svelava un modo genuino di appartenersi. Misurarsi per risolvere la definizione complessa di un cruciverba diventava il loro modo intimo di toccarsi senza sfiorarsi, una complicità mentale che valeva più di un abbraccio.
Entrambi si muovevano l'uno verso l’altro senza fatica, completandosi con la semplicità dell'acqua che trova il suo alveo e scoprendo che la parte più difficile per loro diventava d’un tratto la più facile da abitare. Lei era il giorno quando tutto torna a brillare, la risposta a un interrogativo rimasto a lungo inascoltato, l'eco vibrante di un suono che lui non credeva potesse esistere.
Non era ancora esclusa una reazione, che fosse negativa o indulgente; temeva tuttavia che, nell’uno e nell’altro caso, lei si sarebbe allontanata. Ninì era in lotta contro lo sgomento di essere rifiutato, convinto che avere svelato la propria fragilità l'avrebbe reso ridicolo agli occhi della donna che amava. Invece lei gli prese la mano e disse: «Io sono qui e se sono qui è perché ho capito. Tu piuttosto dove sei stato finora? Ti ho tanto aspettato!». Quella rivelazione gli accese uno sconfinato entusiasmo e un senso di gratitudine indicibile, perché comprese di non essere mai stato solo: Paola era lì, con lui, per lui, sbocciata sin da prima nella stessa identica emozione. Allora pensò: «Non la perderò, non oggi; non adesso che l’ho trovata, anzi, mai più». La strinse forte a sé e così qualsiasi spiegazione divenne superflua; gli aneliti densi di promesse disciolsero i conflitti e i timori residui.
Non era più un desiderio, né semplice attrazione fisica: era il miraggio che prendeva forma e sostanza. La guardava ridere e lui si estasiava; catturava i suoi ragionamenti e se li scolpiva dentro. Era amore senza diritto di replica, nascosto anche a se stesso, un fuoco ancora vivo sotto la cenere per anni che ora divampava in un baleno, intenso e coinvolgente.
Come naufraghi si aggrapparono l'uno all'altra, cercando di ignorare il dubbio perfido e assillante che torturava la coscienza doppiamente ferita dal peso del rimpianto e dalla gravità del proibito. Si sentivano in colpa verso il mondo, eppure quell’apprensione non alterava la felicità di quell’istante; era il paradosso di un amore pulito e sincero vissuto all'ombra del riserbo. Si domandarono se resistere o cedere alla seduzione della ritrovata complicità, pronti tuttavia ad affrontarne le conseguenze. Ebbero un istantaneo scatto di lucida follia e videro con chiarezza che stavano per realizzare un sogno custodito da un’eternità, mai più ripetibile.

«
Se vuoi risalire in superficie devi prima toccare il fondo», affermò Paola. «E con te il fondo non mi fa paura. Lì sotto non c’è il buio: ci sei tu che mi aspetti da tanto e risaliremo insieme». Con quella riflessione volle testimoniare che anche una donna come lei, forte e determinata, poteva accettare una sfida così difficile, ma solo perché era sicura che ad accoglierla ci sarebbero state le braccia di Ninì. In un attimo svanirono le esitazioni. Scese la quiete, l’uno si perse negli occhi dell’altra, lievemente si sfiorarono e scoprirono che il loro amore era ancora lì, tenace e cristallino, che invocava solo di essere assolto e liberato.
Ninì le prese il volto tra le mani, accarezzò le sue guance, la guardò con tenera e devota ammirazione, incantato dalla sua bellezza superba, sintesi perfetta di grinta e dolcezza, di turbamento e pace. Non era solo armonia esteriore, ma una presenza irresistibile che colpiva senza preavviso, una vitalità che s’imponeva e dominava su ogni cosa. Eppure lei era una donna reale e starle accanto significava trovarsi nel posto giusto. Il suo contatto infondeva un senso di equilibrio capace di schiarire le oscure vicende del passato.
Il suo intimo splendore si nascondeva nei dettagli che nessuno avrebbe notato: il modo in cui le si increspava il naso o gli occhi che si stringevano quando rideva di gusto erano frecce ipnotiche. La linea vellutata del viso non mostrava alcuna tensione. La bassa attaccatura dei capelli sulla fronte era un invito a baciarla e quel richiamo divenne l'unica ragione di tutto. Si abbracciarono, si baciarono con dolcezza, poi con ardore, con passione. Rimasero estranei a tutto il resto, staccati da chiunque altro, e convinti che il loro amore fosse la sola scelta che contasse veramente. In quel bacio si schiuse il loro universo, dove nulla e nessuno avrebbero potuto raggiungerli.  Fu il cedimento delle ultime resistenze e il riscatto di un’occasione ormai sfumata che riemergeva dal passato più potente che mai.
Le loro labbra si trovarono finalmente unite dopo un lungo esilio. Ma non era un bacio da amanti; era la scoperta di un’affinità ideale, negata anni prima davanti al negozio di famiglia, la fiamma ardente che cancellava dalla memoria la delusione di un pomeriggio sbagliato. Rimaneva solo il sapore di un’eclissi totale che oscurava un’intera esistenza di silenzi, di freni asfissianti e vincoli routinari. In quel respiro le ore di sofferenza erano ben ripagate, le lacrime versate trovavano la loro sintesi: il compenso - benché tardivo - di un errore che chiedeva o perdono o castigo. Non esistevano soluzioni diverse: solo quel bacio, per provare a riscrivere le leggi del destino.
Ma la tempesta non dava tregua. Impetuosi flutti minacciavano la loro barca ormai prossima alla deriva e sotto quei marosi anche la fiducia prese a vacillare. Si chiesero allora quanta energia rimanesse per duellare contro l’abisso o se non fosse più prudente invocare l’approdo in terraferma.
Ridestandosi in quel campo di mandorli, Ninì spezzò l'indugio: «Ci penseremo domani» disse con un tono rassicurante, ma che non ammetteva obiezioni. «Per intanto gustiamoci il dentice, finché è ancora caldo». Era il suo modo per scacciare la paura del domani, un tentativo disperato di fermare il tempo dentro il perimetro di quel picnic.
Tornò il sorriso, la voglia di scherzare, l’appetito e la curiosità di assaggiare quel piatto che prometteva di essere saporito. E così si adagiarono per rendere onore a quel pesce che, pur avendo un aspetto invitante, cominciava a diventare quasi invadente. Mangiarono di gusto e, brindando tra un tintinnio e l'altro, erano come sperduti in una dimensione magica, in un angolo di cielo variopinto, tra nuvole stinte e fulminei bagliori, e non smisero di guardarsi.
I raggi ancora obliqui del sole si riflettevano sull’erba e illuminavano il volto di Paola, esaltandone la bellezza. E come un proiettore da teatro che, focalizzato sulla figura del protagonista, ne magnifica ogni minimo movimento espressivo, ma lascia il resto del palco sprofondato nel buio, così lei rappresentava l'unica verità abbagliante sull’infelice ribalta della vita.
Assorbito da quella visione, Ninì riusciva a enfatizzarne ogni sfumatura: il riflesso acceso sui suoi capelli, la curva calda e leggera delle sue labbra morbidamente dischiuse e persino quel moto d'ansia che a volte le incupiva la fronte. Tutto attorno sbiadiva, mentre persino la platea precipitava nell'oscurità, ingoiata completamente. Non esisteva che Paola, nitida e bellissima, sotto quel fascio di luce solare così assoluto da scatenare in lui perfino una fitta di incolpevole gelosia.

III

«Credo che avremo un’estate stupenda, - osservò lei - il clima promette bene», quasi a voler sviare il vero motivo dell'incontro, pur sapendo che non era evitabile.
La guardò rapito e pensò: «Per me oggi è estate, è autunno, inverno, primavera. Dentro di me oggi si sono scatenate le potenze della natura e niente potrà più piegarmi. Sono più forte di prima; con lei ho tutto e non ho bisogno d’altro». Ma non rispose.

«
Ninì! - cercò di scuoterlo - non pensi che questo inverno sia più tiepido che in passato?».
«
Sì, gioia mia, è vero! - sussultò lui - Quest’anno sembra che la primavera si sia svegliata in anticipo. Il tepore, i fiori, gli insetti di campagna, la natura stessa appare più rigogliosa del solito, come se volesse celebrare il miracolo del nostro amore. L'aria è così densa di profumi e colori da stordire anche i sensi».
L’emozione vissuta insieme e quel sentimento saldo e puro, mai provati prima, li accompagnarono come un'eco lontana, immaginando come sarebbe stata diversa la loro vita se solo il fato fosse stato meno crudele. Un sottile sussulto del vento riempiva i loro cuori di attese e di sogni, mentre le mani continuavano a cercarsi furtivamente, quasi per caso.
Si coglievano ancora il rancore e il rimpianto di quell’occasione persa e la volontà di rimediarvi, magari tornando indietro nel tempo, agli anni in cui avevano avuto l’unica possibilità di conoscersi e di amarsi liberamente. Non era stata la distanza, né lo sguardo amabile, ma severo, di Paola; l’indifferenza - più alta di qualsiasi muro - li aveva tenuti separati per lungo tempo.

«
La sorte avversa era dietro l’angolo: ha voluto punire duramente la mia stupida superbia tracciando per noi sentieri opposti», mormorò Ninì sottovoce. «Sono cosciente dell’errore commesso. Ma un dio invisibile mi ha rovinato addosso una condanna talmente pesante da negarmi anche il diritto di rimediare e riscattarmi». Guardando i mandorli in fiore ribadì: «Maledetti ricordi. E maledetta la presunzione che mi ha fatto credere di poter fare a meno di te. Avremmo potuto...».
«
Avremmo potuto - lo interruppe lei - costruire un futuro tutto nostro, essere tanto felici insieme; sarebbe stato meraviglioso smettere di cercarsi per iniziare a ritrovarsi, per sempre. Pensa come sarebbe stato davvero divertente anche invecchiare l’uno accanto all’altra», sorrise sardonica. «Adesso cosa ci resta? Un dentice freddo e una canzone che non ci apparterrà mai, anche se, quando l’ascolteremo, ci strapperà l’anima. Ecco dove ci ha portato il tuo orgoglio».
Lui non replicò. Abbassò il capo e il pensiero scivolò a un pomeriggio di anni prima, quando la vide per la prima volta, vicino al negozio di famiglia: gli era passata davanti, sul marciapiede antistante. Lei lo guardò soltanto un istante, forse si accorse del suo disinteresse. La sua piccola mano era ben stretta e protetta da quella grande del padre. Tra i flutti dei lunghi capelli nero corvino, che le sfioravano appena le spalle, emerse un segno di tenue chiusura, un’espressione accigliata, di impercettibile distacco.
Rammentò che, appoggiato allo stipite, credeva essere il ras del quartiere; conduceva un'adolescenza agiata, fatta di arrogante spavalderia e di facili conquiste femminili. Guardandola, azzardò una riflessione da stupido e presuntuoso adolescente qual era: «Quanto è antipatica quella ragazza; non le farei mai la dichiarazione». Ma la seguì per un po’ con gli occhi, distrattamente, fino a quando lei non sparì in fondo alla strada senza voltarsi, attenuando appena il suo orgoglio offeso. Quale fosse il motivo di questa incomprensibile e ingiustificata antipatia, che ancora lo tormentava, non l’avrebbe mai saputo. Avvertiva però una penosa afflizione per quell’immagine disciolta nella memoria, il frammento di un’eco sospesa nel nulla. Forse lei avrebbe potuto strapparlo al gelido sconforto, guidandone i passi su un sentiero meno impervio e più luminoso. L’insofferenza - soprattutto per una persona che non si conosce -  non era altro che un’assurda difesa, una inutile barricata. In quel caso, si ergeva contro una misteriosa e giovane donna che, con il suo candido portamento, lo aveva tanto intimidito. Avrebbe dovuto scendere dal suo “piedistallo”, avvicinarsi e dirle anche solo "Ciao". Forse sarebbe bastato per vederle fiorire un sorriso. Ma era stato un breve attimo e il cervello di Ninì ancora più lento: non si era salvato che il rimpianto di quel soffocato scambio di sottintesi, di una dolce armonia emotiva, incapace di esprimersi. Chissà cosa avrebbe potuto germinare … forse … e se ...?

«
Avevi un atteggiamento da gradasso - lo riprese lei - che mi fece arrabbiare». Un fugace indizio di genuino malumore le attraversò il viso. «Arrabbiare! - ribadì - Non tanto perché mi aspettassi qualcosa da te, quanto perché avrei voluto che mi spiegassi il motivo di quello strano risentimento. E invece...». «Invece restai impassibile, simulando di guardare altrove», rispose impietosamente lui. Forse aveva esagerato, ma volle comunque il suo perdono. Per camuffare il suo puerile imbarazzo, con lo slancio e la devozione di chi nutre un grande amore, l’abbracciò ancora, con la promessa che non l’avrebbe mai più ferita. Paola si lasciò andare e appoggiò la testa sul suo petto, colta dal sottile fremito di quei ricordi che il loro passato non riusciva a esprimere, ma neanche a dimenticare. Il tempo trascorso si era assunto il ruolo di custode di segreti e di rimpianti, troppo scottanti per essere rivelati.

IV

I lamentosi rintocchi di una campana lontana scandivano gli ultimi minuti rimasti. L’ineluttabile ritorno a casa li attendeva al varco, come un verdetto definitivo. Si stringevano ancora più forte, con rinnovata passione, mentre lui aspettava un cenno, un gesto, qualcosa che potesse cambiare ciò che sembrava ormai scritto; ma vide solo delle lacrime appena trattenute. Lei si staccò lentamente e una malinconica quiete, più eloquente di mille discorsi, s’impadronì dei suoi pensieri. Sembrava smarrita, ripensava a quel suo mondo che aveva costruito pezzo dopo pezzo come un solido mosaico, consapevole però che era incompleto. Non riusciva più a dire nulla: capiva che evitando di parlare ancora forse avrebbe impedito il crollo di quei tasselli ben incastonati nel tempo.
Ninì avvertiva l’addensarsi della rassegnazione, che lentamente offuscava la trepida speranza. Era il timore che qualsiasi altra ostinata supplica sarebbe stata vana - se non persino nociva - dinanzi alla sofferenza della sua amata. Eppure una parte di sé credeva ancora che un alito di vento potesse dileguare quella triste caligine, svelando finalmente la verità autentica e lacerante che entrambi cercavano di domare.
All’improvviso l’esasperazione di Paola esplose: il disincanto soffocato fino ad allora squarciò il silenzio, per poi spegnersi in una resa. «Insomma, ora cosa vuoi da me?» chiese perentoria. «Io non me la sento di gestire due vite in contemporanea!», sbottò, scaricandosi di dosso quel macigno che le opprimeva il respiro. «Una è già un casino, figuriamoci due. E poi, che ne sarebbe di noi? Di quello che abbiamo costruito? Non posso mettere tutto in “stand-by” e vivere in una bolla».
Le sue parole erano un fiume in piena. Ninì le si avvicinò, la strinse a sé e, rincuorandola, le disse risoluto: «Ma no, amor mio, non due, ma una sola vita condurremo: la nostra, solo la nostra, fantastica e straordinaria, alla luce del sole. Il resto non conta più. Io sono qui, con te e, ti giuro, ci sarò sempre. Andremo avanti uniti, io e te, contro tutto e tutti. Sarà una vita favolosa, credimi, niente e nessuno potrà dividerci», le ripeté stringendola a sé in un abbraccio avvolgente.
Nel suono caldo e deciso del suo giuramento d'amore eterno, così intenso e sincero, mai conosciuto prima, Paola si sentì smarrire: c’era così tanto ardore tra le sue braccia da sopportare persino quel freddo scoramento che le serrava il petto. Eppure, quella sensazione inebriante non le impedì di avvertire la vertigine dell'incompiuto: una dolcezza così assoluta che rischiava di incrinare il precario equilibrio delle sue certezze. Fu un attimo di lacerante e luminosa chiarezza: si abbandonò all’abbraccio, desiderando di cristallizzare quella promessa prima di esserne travolta. Poi intuì quanto avrebbe potuto soffrire per difenderla nel tempo.
Trattenne il fiato, indecisa e combattuta tra la voglia irrefrenabile di cedere a quella stretta e la coscienza che le raccomandava di resistere; non voleva vedere franare l’universo dei suoi giorni, anche se il cuore l’avrebbe condotta altrove. Si ritrasse però quasi subito, come per timore che quell’emozione potesse diventare così indispensabile da non riuscire più a privarsene.

«
No, non può essere, è pura follia, - urlò sconvolta - un dono celeste che ci è negato; dobbiamo rassegnarci, prima che sia troppo tardi».
«
Dunque ho fallito, ho perso» - sbigottì incredulo Ninì. «Avevo poggiato la mia anima vivida e pulsante nelle tue mani, ma è spirata nel vuoto della tua indifferenza. Ti avevo offerto la promessa di un amore assoluto e tu rispondi con il fatuo riflesso di un’effimera avventura senza futuro».
«
No, ti prego, non ferirmi più di quanto io non lo sia già. Non hai fallito, Ninì; non pensare di essere stato sconfitto. Sappi che sei riuscito ad aprire in profondità il mio cuore e lì, in un angolo nascosto che resterà per sempre soltanto tuo, potrai ascoltarne i battiti ogni volta che ti penserò. Devi renderti conto che non stiamo discutendo di un gioco di fuochi che all’alba svanisce, ma di una svolta radicale che d’un tratto ci proietterebbe in una dimensione ignota. Che fine faranno i sentimenti, le fatiche e le sicurezze che ci hanno sostenuto finora? Resteranno lì, immobili, apparentemente consenzienti, ma pronti a insidiare tra noi l’incubo di avere imboccato la strada sbagliata».
In un istante la realtà le apparve più chiara: non poteva seguire Ninì. Rinunciare a tutto quanto aveva costruito era un azzardo che la sua razionalità le impediva di compiere. Il senso di responsabilità di cui si nutriva senza sosta era per lei un fattore condizionante irrinunciabile. Aiutata da un sorriso timido e dimesso, abbandonò la sua mano e lentamente si allontanò. Lui avrebbe voluto trattenerla, ma la lasciò andare, sapendo che quello sarebbe stato l'ultimo incontro. Un sospiro di cocente rassegnazione li separò senza pietà, ma non smisero di scambiarsi uno sguardo disperato, a suggellare la consapevolezza che nessun’altra soluzione era praticabile. Intanto, come una feroce ironia, risuonava tutt’intorno "I can't live, if living is without you".
Corse senza fermarsi, le lacrime a rigarle il viso. Giunta a casa, rimase a lungo in preda a mille interrogativi, fino a quando non si persuase che l’unica scelta logica era di riprendere la vita normale, più stabile e meno turbolenta; ma senza le emozioni vissute in quelle ore indimenticabili, non avrebbe mai provato cos’era amarsi anche solo con l’anima.
La notte, gelida e impenetrabile, unico testimone di un sogno impossibile, l’avvolse nel suo manto stellato per custodirne l’immagine.

FINE

Ghost Writer

Nota della Redazione: Ghost Writer è lo pseudonimo di un nostro affezionato lettore. Il cuore del racconto è autentico (cantava Mina: "non so spiegarti che il nostro amore appena nato è già finito"); tutto il resto, compresi i nomi dei personaggi, è solo colore e fantasia. Il contesto ambientale, l’incontro, lo scambio dei sentimenti e la separazione sono intessuti di libere ricostruzioni e suggestioni narrative.

Pubblicato dalla testata giornalistica
Grotte.info Quotidiano
su www.grotte.info il 3 giugno 2026.
Per gentile concessione dell'Autore.

© Riproduzione riservata.
  

 

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02/06/2026

Comune. "Un'estate a colori" per i bambini: aperte le iscrizioni in biblioteca

 

"Un'estate a colori" per i bambini: aperte le iscrizioni in biblioteca
Locandina
 

L'Amministrazione comunale di Grotte ha programmato "Un'estate a colori": diverse attività per il periodo estivo; una serie di iniziative rivolte specificamente ai bambini di età compresa tra 6 e 11 anni, con l'obiettivo di offrire percorsi ricreativi e formativi durante i mesi di vacanza scolastica.

"Un'estate a colori" per i bambini: aperte le iscrizioni in biblioteca
(Locandina)

Il piano delle attività prevede quattro aree tematiche principali: i laboratori creativi per sviluppare la manualità, le attività di gioco e sport per favorire il movimento, i laboratori di musica e teatro, e infine percorsi dedicati a colori e fantasia.
Tutti questi laboratori si svolgeranno presso la sede della Biblioteca comunale.
Le iscrizioni sono possibili dal 3 al 10 giugno 2026. Per partecipare, è necessario effettuare l'iscrizione presso la Biblioteca comunale.
La raccolta preventiva delle adesioni serve per conoscere in anticipo il numero esatto dei partecipanti e consentire una gestione logistica adeguata di tutte le attività in calendario
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Redazione
2 giugno 2026 
© Riproduzione riservata.
  


 

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01/06/2026

Iniziative. Il 500° della fondazione di Grotte: Joseph Anthony Tulumello e la genealogia nel villaggio globale

 

Il 500° della fondazione di Grotte: Joseph Anthony Tulumello e la genealogia nel villaggio globale
Guarda il video
 

In vista del 2027, anno in cui la comunità di Grotte celebrerà il 500° anniversario della sua fondazione, l'Amministrazione comunale e diversi studiosi sono già al lavoro per onorare questo storico traguardo. Presso la biblioteca comunale del paese il giornalista Carmelo Arnone ha coordinato un'intervista con due figure chiave di questo percorso di riscoperta: l'esperto e appassionato di genealogia Joseph Anthony Tulumello e il prof. Pietro Cipolla (guarda il video). Al centro del colloquio il "Progetto Famiglia Ancestrale di Grotte" e il valore del recupero delle radici storiche per i migliaia di grottesi sparsi nel mondo.

Il 500° della fondazione di Grotte: Joseph Anthony Tulumello e la genealogia nel villaggio globale
(
Guarda il video)

L'incontro si è aperto con l'introduzione di Joseph Anthony Tulumello, cittadino canadese di origini grottesi che ha trasformato una profonda necessità personale in un immenso servizio alla comunità. Tulumello ha spiegato come la sua passione sia nata dal desiderio di scoprire le proprie radici siciliane e ricollegarsi ai cugini rimasti in Italia, dato che suo nonno (emigrato inizialmente in Pennsylvania e poi stabilitosi a Detroit per lavorare nelle fabbriche Ford) era stato l'unico di otto figli a lasciare la Sicilia.
Attraverso anni di ricerche Tulumello ha fondato un gruppo Facebook dedicato alla genealogia grottese che oggi conta oltre 1.000 membri. Questo spazio digitale si è trasformato in un punto di riferimento per i discendenti residenti in America, Brasile, Uruguay, Argentina e in vari paesi d'Europa (come Francia e Belgio). Tra i suoi successi più significativi spicca la ricostruzione dell'intero albero genealogico della famiglia di Francesco Ingrao, rivoluzionario e antenato dell'ex presidente della Camera Pietro Ingrao, lavoro presentato lo scorso anno proprio nella biblioteca cittadina.
Il prof. Pietro Cipolla ha arricchito la discussione analizzando la complessità tecnica e documentale di questa impresa; ha precisato che i registri dello stato civile del Comune di Grotte sono stati istituiti nel 1820 e coprono le nascite fino al 1912 e i matrimoni e i decessi fino agli anni 1940-1942. Per i periodi precedenti, la ricerca si sposta sui registri parrocchiali che risalgono fino al 1680, restaurati e resi disponibili online grazie a un progetto curato da Don Lentini dell'Arcidiocesi di Agrigento. Il Professore ha sottolineato la difficoltà estrema nell'interpretare questi documenti del XVII secolo, ostici persino per un italiano a causa della grafia antica, delle frequenti abbreviazioni e dei latinismi. Tulumello, tuttavia, è riuscito a codificare e decifrare questi segni ripetitivi, diventando un esperto nel colmare il "vuoto" temporale tra i documenti civili e quelli religiosi.
In vista delle celebrazioni del 500° anniversario, Tulumello ha lanciato un appello per il "Progetto Famiglia Ancestrale di Grotte", invitando residenti ed emigrati a condividere i propri dati familiari per creare una risorsa d'informazione universale che mostri come, da vicino o da lontano, i grottesi siano tutti legati da vincoli di parentela. L'obiettivo ultimo è presentare questi alberi genealogici completi nel 2027, partendo proprio dai nobili fondatori del paese fino ai personaggi storici illustri (come Padre Vinti, di cui Tulumello ha già iniziato a ricostruire la storia familiare).
L'intervista si chiude con l'invito da parte del giornalista Carmelo Arnone a cercare Joseph Anthony Tulumello su Facebook per chiunque desideri ricevere un aiuto gratuito nel ricostruire il proprio albero genealogico e ritrovare il legame profondo con la terra d'origine
.
Nel video, l'intervista - guarda il video - (riprese © a cura dell'Associazione Culturale "Punto Info"). 
  
Redazione
1 giugno 2026 
© Riproduzione riservata.
  


 

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01/06/2026

Università. Auguri alla dott.ssa Caterina Bellavia, per la sua laurea

 

Caterina Bellavia
Dott.ssa Bellavia

La dott.ssa Caterina Bellavia con i genitori
Con i genitori

Lo scorso giovedì 28 maggio 2026 la dott.ssa Caterina Bellavia ha concluso il proprio percorso di studi universitari conseguendo la laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione (classe L-19) presso l'Università Pegaso, ottenendo la votazione massima di 110/110 con lode. La Dottoressa ha discusso un project work incentrato sul tema dell'educazione e dello sviluppo nella prima infanzia, con un'attenzione specifica alla fascia di età compresa tra i zero e i sei anni.

La dott.ssa Caterina Bellavia con i genitori
(La dott.ssa Caterina Bellavia con i genitori)

L'elaborato, che ha avuto come relatrice la prof.ssa Elisabetta Lucia De Marco nell'ambito dell'insegnamento di Letteratura per l'infanzia, si è sviluppato a partire da una traccia precisa: "Il ruolo della lettura per l'infanzia nello sviluppo sensoriale e relazionale del bambino: un percorso di scoperta ed inclusione". Da questo quadro teorico prende forma il titolo del project work (denominazione che sostituisce la tesi): "Mani in gioco, occhi in storia: estetica e didattica dei mediatori non verbali per un'infanzia inclusiva".
Il lavoro analizza e rivaluta l'impiego della letteratura nei primi anni di vita, proponendo un superamento della concezione tradizionale che riduce il libro a mero intrattenimento o a semplice supporto per l'apprendimento del linguaggio parlato. Nello studio condotto per il corso di laurea, la dottoressa Bellavia ha esaminato l'oggetto-libro come una frontiera metodologica fondamentale per i servizi educativi, soffermandosi sulle potenzialità dei libri tattili, dei silent book (i libri senza parole) e degli albi illustrati d'autore. In questo modo il volume viene analizzato come un mediatore non verbale e sensoriale in cui il racconto non passa solo attraverso l'ascolto, ma richiede di essere toccato, manipolato ed esplorato con lo sguardo e con le dita. L'esperienza estetica e artistica si trasforma nel canale principale con cui i bambini decodificano la realtà circostante e strutturano il proprio pensiero.
La scelta di questo specifico ambito di indagine risponde a una precisa necessità pedagogica riscontrata nei servizi per la prima infanzia: la definizione di una progettazione che sia realmente accessibile a tutti. Strumenti come i libri sensoriali e gli albi illustrati permettono di superare le barriere linguistiche e comunicative, poiché l'accesso alla narrazione non dipende dalla conoscenza della parola o della lingua. Questo approccio si rivolge in modo uniforme all'intero gruppo, includendo i bambini con disabilità sensoriali, coloro che presentano bisogni educativi speciali e i minori di origine straniera che stanno ancora apprendendo i codici della lingua locale. La metodologia proposta evita la creazione di percorsi separati, offrendo invece lo stesso oggetto-libro a tutta la classe e consentendo a ciascuno la lettura secondo le proprie personali abilità.
In questa fase della crescita, il corpo costituisce lo strumento primario per la conoscenza del mondo. Come si legge nelle conclusioni dell'elaborato scritto dalla neo-laureata: "Attraverso la grammatica dei sensi e la poesia della materia, il libro-oggetto cessa di essere un manufatto per divenire uno spazio di incontro e di libertà, dove ogni mano che sfoglia ed ogni occhio che esplora partecipano attivamente alla costruzione di una cittadinanza consapevole, capace di leggere non solo le pagine, ma la complessità del mondo intero".
Al termine di questo importante percorso formativo e accademico, la nostra Redazione formula i migliori auguri alla neo-dottoressa Caterina Bellavia per il raggiungimento di questo traguardo, con l'auspicio di un futuro professionale ricco di soddisfazioni e di scoperte nel settore educativo. Le più vive congratulazioni anche ai genitori, Enzo e Giovanna, che hanno sostenuto Caterina in questa esperienza di studi.

  
Redazione
1 giugno 2026 
© Riproduzione riservata.
        

 

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01/06/2026

Curiosità. "I mesi dell'anno in filastrocca - Giugno"; di Giuseppe Castronovo

 

I mesi dell'anno in filastrocca
Filastrocca dei mesi


"
I MESI DELL'ANNO IN FILASTROCCA"

GIUGNO

In giugno non aver nessuna cura,
se non pei campi e la mietitura.


Giugno arso
contadino sazio.


Quando a giugno cantano le cicale,
vattene a lavorare con il boccale
.
     

 

   

Giuseppe Castronovo
(gcastronovo.blogspot.it)
  

 

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