Comune.
Assistenza ai compiti per la scuola primaria; iscrizioni aperte sino
all'11 novembre
Locandina
Il supporto allo studio e l'assistenza nello svolgimento dei compiti a casa
rappresentano un pilastro fondamentale per la crescita dei bambini. Questo
momento di guida non serve soltanto a completare gli esercizi assegnati
dalla scuola, ma aiuta i più piccoli a sviluppare un metodo di lavoro
organizzato, a consolidare le nozioni apprese in classe e a rafforzare la
propria autostima di fronte alle difficoltà scolastiche. Un accompagnamento
costante allo studio favorisce la concentrazione e stimola la curiosità
verso la conoscenza.
(Locandina)
In questo ambito si colloca l'operato dell'Associazione Nam-jai ETS, un ente
del Terzo Settore impegnato in progetti d'inclusione, solidarietà e supporto
socio-educativo per le comunità locali.
Il Comune di Grotte, insieme all'Associazione Nam-jai ETS e in
collaborazione con il Servizio Civile Universale, promuove un
servizio di assistenza compiti destinato ai bambini della scuola primaria.
Le iscrizioni al servizio si effettuano dal 4 novembre 2026 all'11
novembre 2026, dalle ore 09.00 alle ore 12.30, presso la
Biblioteca comunale "M.L. King".
I giorni e gli orari di svolgimento delle attività di sostegno scolastico
verranno comunicati successivamente.
Società.
"I fratelli Morreale, detti 'Tappitieddri"; del dott.
Salvatore Filippo Vitello
Salvatore Filippo Vitello
Calzolaio
I fratelli Morreale, detti «Tappitieddri».
Una storia di lavoro, dignità e solidarietà nella Grotte degli anni
Sessanta e Settanta.
Ci sono storie di paese che rischiano di perdersi con il passare del tempo.
Storie di persone semplici, che non hanno lasciato monumenti né ricchezze,
ma che hanno contribuito, con il loro lavoro e con il loro modo di vivere, a
costruire il tessuto umano e sociale di una comunità.
È il caso dei fratelli Calogero, Giuseppe e Vincenzo Morreale e delle
loro quattro sorelle, conosciuti a Grotte con il soprannome di «Tappitieddri»,
una famiglia che merita di essere ricordata per la laboriosità, la dignità
e, soprattutto, per una straordinaria testimonianza di solidarietà umana.
(Bottega del calzolaio)
Per comprendere pienamente la loro
vicenda occorre riportarsi alla Grotte della fine degli anni Sessanta e dei
primi anni Settanta, quando la vita economica del paese era ancora
fortemente legata all'agricoltura e al lavoro artigianale.
Era un periodo non facile. Molte famiglie vivevano del lavoro quotidiano,
spesso faticoso e incerto, dei campi. Il bracciantato agricolo rappresentava
per tanti uomini la principale, quando non l'unica, possibilità di
sostentamento. Si lavorava a giornata, seguendo i ritmi delle stagioni e le
occasioni offerte dai proprietari terrieri. La disoccupazione e la mancanza
di prospettive spingevano molti giovani e adulti a cercare fortuna lontano
dal paese, alimentando un'emigrazione che, già dagli anni Cinquanta, aveva
assunto dimensioni importanti.
In questo contesto, l'artigianato continuava a svolgere una funzione
essenziale nella vita della comunità. Le botteghe non erano soltanto luoghi
di produzione e di lavoro: erano punti di riferimento per i bisogni
quotidiani della popolazione, spazi di incontro e di relazioni, piccoli
presidi di una società nella quale il lavoro manuale conservava un valore
fondamentale.
Tra queste botteghe c'era quella dei fratelli Morreale, in via Cavour.
Calogero, conosciuto anche come Lillo, era il calzolaio a tempo pieno.
Un artigiano nel senso più autentico della parola, che conosceva il mestiere
e lo esercitava con perizia e pazienza. Realizzava scarpe su misura,
soprattutto per i contadini, i quali avevano bisogno di calzature robuste,
capaci di resistere alle dure condizioni del lavoro nei campi.
Erano soprattutto scarponi chiodati, cuciti rigorosamente a mano, costruiti
per durare. In quegli anni, infatti, le risorse economiche delle famiglie
erano limitate e non ci si poteva permettere di sostituire frequentemente un
paio di scarpe. Un buon paio di scarponi doveva accompagnare il contadino
per molti anni, affrontando la terra, le pietre, il fango e le fatiche delle
stagioni agricole.
Il lavoro di Calogero rispondeva dunque a un'esigenza concreta e importante
della comunità. Nelle sue mani il cuoio diventava una calzatura resistente,
frutto di un sapere artigianale fatto di esperienza, precisione e dedizione. Giuseppe (Peppi), invece, lavorava prevalentemente in campagna. Era
un bracciante agricolo che prestava la propria opera a giornata e che,
quando non era impegnato nei campi, collaborava con il fratello nella
calzoleria. Due attività diverse, ma complementari, che consentivano di
mettere insieme le forze e contribuire al sostentamento della famiglia. Vincenzo, anch'egli contadino, aveva un'altra particolarità. Al
rientro dalla campagna, negli stessi locali della calzoleria di via Cavour,
esercitava il mestiere di barbiere. Così, in un medesimo ambiente,
convivevano due attività artigianali: quella del calzolaio e quella del
barbiere. Due mestieri tradizionali che rispondevano alle necessità
quotidiane degli abitanti del paese.
Ma la bottega dei Morreale non era soltanto un luogo di lavoro maschile.
Nella stanza accanto alla calzoleria, infatti, le sorelle svolgevano
l'attività di sarte. Anche in questo caso si trattava di un lavoro
paziente e accurato, che contribuiva all'economia familiare. Le relazioni
con l'esterno e i rapporti con la clientela della sartoria erano curati
soprattutto dalla sorella maggiore, Cuncittina.
La vita della famiglia era organizzata secondo una rigida separazione dei
ruoli tra uomini e donne, secondo consuetudini e mentalità ancora diffuse in
quegli anni.
Ciascuno aveva il proprio spazio e i propri compiti, ma tutti concorrevano,
con impegno e senso di responsabilità, al benessere del nucleo familiare. Erano fratelli e sorelle tutti non sposati, ma questo non significava
affatto che vivessero isolati o chiusi al mondo esterno. Al contrario, la
loro casa e soprattutto la bottega di calzoleria erano luoghi aperti,
frequentati da tante persone.
La calzoleria-barberia diventava, nelle ore di riposo, un piccolo centro di
aggregazione spontanea. Vi si ritrovavano ragazzi del quartiere (quelli
della Beddamatri catina), uomini adulti e contadini che, al termine
della giornata lavorativa, passavano a salutare, a scambiare qualche parola
o semplicemente a trascorrere un po' di tempo in compagnia.
E c'era Calogero, Lillo, seduto al suo banchetto da calzolaio, pronto a
intrattenere i presenti con le sue storie e i suoi racconti. Attorno a lui
si raccoglievano i ragazzi e gli adulti, attratti dalla sua capacità di
raccontare e di rendere piacevole quel momento di incontro.
Erano occasioni semplici, lontane dalle forme di socialità organizzata di
oggi, ma proprio per questo autentiche. La bottega diventava un luogo nel
quale il lavoro lasciava spazio alla conversazione, il mestiere si
intrecciava con la vita quotidiana e le persone ritrovavano il piacere di
stare insieme.
Eppure, al di là della laboriosità e della capacità di mantenere viva una
piccola attività familiare, ciò per cui i fratelli Morreale meritano di
essere ricordati è qualcosa di ancora più importante: la loro
straordinaria solidarietà e il loro altruismo.
Accanto alla propria vita, fatta di lavoro e sacrifici, seppero trovare
spazio per occuparsi di chi si trovava in una condizione di particolare
bisogno. Due genitori, vicini di casa, vennero a mancare entrambi, lasciando i
figli ancora ragazzi. Una situazione drammatica, che avrebbe potuto
compromettere il futuro di quei giovanissimi, privati troppo presto delle
figure fondamentali della famiglia. I fratelli Morreale non rimasero indifferenti. Si fecero carico di quei piccoli, ne assunsero la tutela, li aiutarono a
crescere e li accompagnarono nel percorso della vita, seguendoli fino al
raggiungimento della maggiore età e, comunque, fino a quando furono in
grado di conquistare la propria autonomia e indipendenza.
Non si trattò di un gesto occasionale, né di un aiuto limitato alle prime
necessità. Fu un impegno concreto, continuativo, che richiese
responsabilità, disponibilità e una generosità fuori dal comune.
In un'epoca nella quale le difficoltà economiche erano spesso affrontate
all'interno delle famiglie e delle reti di vicinato, i Tappitieddri
seppero interpretare nel modo più alto il significato della solidarietà:
farsi carico degli altri, soprattutto quando gli altri sono più fragili e
hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro.
Non cercarono riconoscimenti, non fecero della loro generosità motivo di
ostentazione. Aiutarono perché ritenevano giusto farlo, perché sentivano che
quei bambini avevano bisogno di una famiglia e perché non potevano restare
indifferenti davanti a una simile difficoltà.
Il loro fu un esempio di amore oblativo, di quella forma di generosità che
non attende ricompense e non pretende nulla in cambio. Oggi, a distanza di tanti anni, ricordare i fratelli Calogero, Giuseppe e
Vincenzo Morreale, e le loro sorelle, i Tappitieddri, significa restituire
alla memoria collettiva un pezzo della storia quotidiana di Grotte.
La loro vicenda ci riporta a un mondo nel quale si lavorava duramente, si
viveva con poco e spesso si dovevano affrontare sacrifici e privazioni. Ma
era anche un mondo nel quale il vicinato, la conoscenza reciproca e il senso
di appartenenza alla comunità potevano tradursi in gesti concreti di
solidarietà.
Non bisogna idealizzare il passato né dimenticare le sue contraddizioni.
Tuttavia, sarebbe un errore lasciare cadere nell'oblio esempi di umanità
come quello offerto da questa famiglia.
I Tappitieddri erano persone umili e semplici, dignitose, rette e oneste.
Ciascuno, secondo le proprie capacità e il proprio mestiere, contribuiva al
sostentamento della famiglia. Ma seppero andare oltre gli obblighi e le
necessità della vita quotidiana, dedicando una parte importante della
propria esistenza alla cura degli altri. Il loro patrimonio più grande non fu quello materiale, ma quello umano e
morale.
Una ricchezza fatta di lavoro, rispetto, responsabilità e generosità
silenziosa.
È soprattutto per questo che meritano di essere ricordati: perché hanno
saputo donare senza riserve, vivendo fino in fondo la propria umanità.
E perché, nella storia di un piccolo paese come Grotte, anche le vite più
semplici possono lasciare un segno profondo e duraturo.
Attualità. "Comprano speranza e pèrdono; è così
che in tanti si rovinano"; di Giovanni Volpe
Ludopatia
Spesso li vedi negli angoli più remoti di un bar, in separé appositamente
pensati per loro. Oppure li trovi ad affollare le sale giochi, luoghi
destinati al pubblico ludibrio. Non sono principi o duchi. Non sono Vittorio
De Sica. Non hanno il savoir-vivre dei facoltosi frequentatori di casinò.
Macché.
(Ludopatia)
Sono paonazzi in viso, indossano ancora gli abiti da lavoro, stanno
aggrappati a una birra e fissano uno schermo. Nevrotici, irosi, con sulle
spalle tutto il peso di un'esistenza grama.
Grattano, segnano, aspettano, spingono tasti su una macchinetta. Comprano
speranza e pèrdono, quasi sempre, sempre. Ma non smettono di sperare.
È così che in tanti si rovinano, ma dovremmo esser loro grati, perché questo
Stato, che dovrebbe proteggerli, sulla loro disperazione e sulla loro
illusione ci fa cassa e con una parte del ricavato finanzia persino quello
Stato sociale che dovrebbe impedire alla disperazione di diventare un
affare.
Bene, adesso le estrazioni del Superenalotto saranno cinque alla settimana.
Cinque occasioni per sognare. Cinque per perdere. Cinque per contribuire al
bene comune.
Forza, allora, giocate!
Che magari, con un piccolo sforzo collettivo, riusciamo finalmente a
comprare la carta igienica per le turche delle scuole pubbliche.
Comune.
4 Novembre a Grotte: il ricordo dei caduti e il valore della pace al
centro della celebrazione
Locandina
Le Autorità civili e militari di Grotte, insieme ai cittadini che vorranno
partecipare, si ritroveranno domani, mercoledì 4 novembre 2026, per
celebrare la Giornata dell'Unità Nazionale e la Festa delle Forze Armate,
ricorrenza dedicata a chi ha difeso la patria con l'obiettivo di costruire
un futuro di pace e legalità.
(Locandina)
Il momento di incontro e raccoglimento è fissato in Piazza Umberto I alle
ore 12.00. Si tratta di un momento di riflessione istituzionale e
collettiva che ogni anno coinvolge la comunità locale e le autorità
cittadine, per ricordare i caduti e rinnovare i valori della memoria storica.
Società. "La Festa dei Morti di una volta:
quando il ricordo dei defunti era una festa di tutta la comunità";
del
dott. Salvatore Filippo Vitello
Salvatore Filippo Vitello
Pupi di zucchero
Traggo spunto dal bel ricordo della
festa dei morti, del prof. Iacono su Malgradotutto del 1 novembre
2026, al quale mi riaggancio per ribadire che c'è stato un tempo in cui, nei
piccoli paesi dell'entroterra agrigentino, il 2 novembre non era soltanto
il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. Era anche un giorno
atteso, soprattutto dai bambini, che lo vivevano con un'emozione
particolare, forse di più della stessa festa di Natale. Una ricorrenza nella
quale il ricordo di chi non c'era più si intrecciava con la gioia dei più
piccoli, con gli affetti familiari e con un patrimonio di consuetudini che
apparteneva all'intera comunità.
(I "pupi" di zucchero)
La Festa dei Morti aveva un significato
che andava ben oltre la dimensione religiosa. Era una tradizione
profondamente radicata nella cultura popolare siciliana, capace di
tenere insieme il mondo dei vivi e quello dei defunti, la memoria familiare
e la vita quotidiana, il dolore della perdita e la gioia dell'infanzia. Per noi bambini di Grotte (così come a Racalmuto e nei paesi vicini),
il 2 novembre era soprattutto il giorno in cui si riceveva qualcosa.
Nelle famiglie con più possibilità poteva arrivare qualche giocattolo,
magari un'automobilina o un piccolo gioco meccanico. Per la maggioranza,
invece, il dono era più modesto: un pupo di zucchero, qualche
dolcetto preparato in casa o le cosiddette ossa di morto, semplici
biscotti fatti con farina e zucchero, tra i più economici e diffusi.
Non c'era ancora l'attesa di Babbo Natale (a quei tempi neanche si
conosceva), almeno non nel significato che avrebbe assunto negli anni
successivi. Era la Festa dei Morti il momento in cui i bambini ricevevano i
loro regali, che secondo la tradizione erano portati dai familiari defunti.
Era un modo affettuoso e suggestivo per raccontare ai più piccoli che i
propri cari, pur non essendo più presenti, continuavano a ricordarsi di
loro.
Una consuetudine che aveva anche un importante valore educativo: i
bambini imparavano a conoscere i nonni, gli antenati e i parenti scomparsi
attraverso il racconto familiare.
La morte non era un argomento da nascondere o da rimuovere, ma una realtà
della vita con la quale si entrava in contatto attraverso i racconti, le
preghiere e le tradizioni.
A Grotte, per noi che abitavamo nella zona della piazza, l'avvicinarsi della
festa era annunciato anche da un appuntamento che non dimenticherò:
l'esposizione dei giocattoli che curava lu zi Peppi Spitali, in via
Garibaldi, proprio di fronte alla Chiesa Madre.
Era quello il luogo dove potevamo ammirare i giochi più desiderati e più in
voga in quegli anni: automobiline, piccoli motorini a batteria e tante altre
cose che, agli occhi di un bambino, sembravano meraviglie.
Bastava fermarsi davanti a quell'esposizione per cominciare a sognare e a
immaginare quale di quei giocattoli avrebbe potuto trovare la mattina del 2
novembre... per molti era e rimaneva un sogno. Quell'attesa era parte
integrante della festa.
Ma quel ricordo ci restituisce anche un'immagine di Grotte che oggi
appartiene quasi a un'altra epoca. Via Garibaldi era allora una strada
ricca di attività commerciali, con una presenza diffusa di negozi che
animavano il centro e alimentavano la vita economica e sociale del paese.
Ricordo una vera e propria successione di esercizi commerciali che partiva
dal Calvario e arrivava fino alle scuole elementari.
Il commercio non era soltanto un'attività economica: era anche un elemento
di aggregazione, un luogo di incontro e di relazione. Le vetrine, le
botteghe e i negozi facevano parte della vita quotidiana e contribuivano a
creare quell'atmosfera di paese nella quale tutti, in qualche modo, si
conoscevano. Dalla seconda metà degli anni Ottanta è cominciato un progressivo declino
economico e commerciale, che oggi appare evidente.
Via Garibaldi e il centrale Viale della Vittoria hanno perso gran parte
delle attività che un tempo li caratterizzavano. È venuta meno, insieme ai
negozi, anche una parte importante della vitalità del centro urbano, che si
anima solo nei giorni di festa, per il resto è un circolare di macchine e
motorini. L'altro grande protagonista della Festa dei Morti era il cimitero.
Nei giorni del primo e del 2 novembre si registrava una partecipazione
straordinaria. Le famiglie si recavano in visita ai propri defunti, si
occupavano delle tombe, portavano fiori e si fermavano a pregare (si
doveva tenere la tomba aperta). Il cimitero diventava il luogo di una
manifestazione collettiva di affetto e di appartenenza.
Anche per noi ragazzi andare al cimitero era un appuntamento quasi
irrinunciabile. Ci piaceva girare tra le tombe, osservare le cappelle e
soffermarci davanti alle sepolture. Presso quasi ogni tomba era presente un
familiare, che sembrava fare da guardia d'onore al proprio caro. Al nostro
passaggio, ci fermavamo per un segno della croce, un gesto semplice, ma che
esprimeva rispetto per i defunti e i loro familiari. C'erano poi le suore del Boccone del Povero e quelle orfanelle (che
non so perché pensavo fossero forestiere ed invece ho poi scoperto che
alcune erano di Grotte) che, in cambio di una piccola offerta, recitavano
ripetutamente e meccanicamente, di fronte alle tombe e su richiesta dei
parenti, le preghiere per le anime dei defunti, senza capirne il senso e
significato.
Erano immagini caratteristiche di quella ricorrenza, oggi difficili da
ritrovare, che appartenevano a un mondo nel quale la religiosità popolare
era ancora una componente essenziale della vita collettiva.
Era una festa anche quella. Non una festa nel senso della spensieratezza,
naturalmente, ma un momento nel quale la comunità si ritrovava intorno
alla memoria dei propri morti, riconoscendosi in una storia comune.
Il cimitero non era soltanto il luogo della sepoltura: era una sorta di
archivio della memoria collettiva. Le tombe raccontavano le vicende delle
famiglie, le generazioni che si erano succedute, le persone che avevano
contribuito alla storia del paese.
Perché questa tradizione si è progressivamente dissolta? La distanza tra
quella realtà e quella odierna è ormai enorme. Non si tratta soltanto di
una diversa maniera di celebrare il 2 novembre, ma di una trasformazione
profonda della società, dei rapporti familiari e dello stesso modo di
percepire la morte.
Le ragioni della scomparsa della tradizione sono molteplici e si intrecciano
tra loro. La prima è certamente il cambiamento della struttura sociale ed
economica dei piccoli centri.
L'emigrazione, lo spopolamento e il progressivo invecchiamento della
popolazione hanno modificato radicalmente la composizione delle comunità
dell'entroterra agrigentino. Molte famiglie si sono trasferite altrove, i
legami di vicinato si sono indeboliti e le occasioni di incontro collettivo
sono diventate sempre più rare.
Un tempo la famiglia era il principale veicolo attraverso il quale si
trasmettevano le tradizioni. I nonni raccontavano ai nipoti la storia dei
propri genitori e dei propri antenati, tramandavano le consuetudini e
mantenevano vivo il legame tra le generazioni. Oggi, con le famiglie
sempre più piccole e spesso geograficamente disperse, questa trasmissione
culturale è diventata più difficile.
Un secondo fattore è rappresentato dal mutamento dei modelli di consumo. La
Festa dei Morti aveva anche una sua dimensione economica, legata alla
produzione artigianale dei dolci, alla vendita dei giocattoli e alla
vitalità dei piccoli negozi locali. I regali erano spesso semplici, ma
avevano un valore affettivo enorme. Erano attesi, desiderati e vissuti
come qualcosa di speciale.
Con il miglioramento delle condizioni economiche, la diffusione dei
giocattoli durante tutto l'anno e la progressiva commercializzazione delle
festività, quel carattere di eccezionalità si è attenuato. Ciò che un
tempo rappresentava un dono straordinario è diventato un acquisto ordinario,
disponibile in qualsiasi momento.
Anche il rapporto con la religione e con la morte è profondamente cambiato.
La società contemporanea tende spesso a rimuovere la morte dalla
quotidianità, a relegarla in una dimensione privata, quasi fosse un
argomento da evitare.
In passato, invece, il ricordo dei defunti era parte integrante della vita
familiare e comunitaria. Le visite al cimitero, le preghiere e le
consuetudini del 2 novembre erano occasioni nelle quali il ricordo si
manifestava pubblicamente.
Infine, non si può trascurare il ruolo dei nuovi modelli culturali e
delle festività importate, prima fra tutte Halloween. La sua diffusione
ha introdotto una diversa rappresentazione del rapporto con la morte: non
più prevalentemente legata alla memoria dei propri cari, ma trasformata in
occasione di divertimento, travestimenti e consumo.
Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire ad Halloween la responsabilità della
scomparsa della Festa dei Morti. La sua diffusione è piuttosto il segno di
un cambiamento culturale già avvenuto. Una tradizione perde forza quando
non viene più trasmessa, quando non trova più spazio nella vita delle
famiglie e quando le nuove generazioni non ne percepiscono il significato.
Non bisogna avere nostalgia indiscriminata del passato. Molte delle
trasformazioni intervenute negli ultimi decenni hanno rappresentato un
indiscutibile progresso: migliori condizioni di vita, maggiore benessere,
nuove opportunità di studio e di lavoro, una società meno condizionata da
difficoltà materiali che un tempo erano molto diffuse.
Eppure, questo sviluppo ha avuto anche un prezzo sul piano sociale e
culturale. I piccoli paesi hanno perso progressivamente una parte della loro
identità comunitaria. Le piazze si sono svuotate, le attività
commerciali hanno chiuso, le relazioni si sono diradate e molte consuetudini
sono scomparse senza essere sostituite da altrettante occasioni di
aggregazione.
Anche il cimitero, che un tempo rappresentava uno dei luoghi più frequentati
e curati della comunità, restituisce oggi un'immagine diversa.
Nel mio caso, il cimitero di Grotte rimane una tappa imprescindibile ogni
volta che ritorno al paese. È un luogo nel quale ritrovo affetti,
ricordi e una parte importante della mia storia personale.
Eppure, non posso fare a meno di notare lo stato di abbandono di numerose
tombe, soprattutto nella parte più antica e monumentale, quella che si
incontra già dall'ingresso. Sepolture che un tempo erano testimonianza della
presenza e della storia di importanti famiglie del paese appaiono oggi
trascurate, talvolta in rovina.
È un'immagine che induce a riflettere. Perché la cura delle tombe non è
soltanto una questione di decoro o di manutenzione: è anche una forma di
rispetto per la memoria, un modo per conservare il legame con chi ci ha
preceduto.
Tra la Festa dei Morti di sessant'anni fa e quella di oggi esiste una
distanza che appare quasi incolmabile. Non si tratta soltanto della
scomparsa dei giocattoli, dei dolci tradizionali o delle antiche
consuetudini. È venuto meno soprattutto quel sentimento collettivo che
faceva della ricorrenza un momento di partecipazione dell'intera comunità.
Forse non è possibile, e nemmeno necessario, riportare in vita integralmente
un mondo che appartiene ormai alla storia. Le condizioni sociali, economiche
e culturali sono cambiate e non avrebbe senso pretendere che le nuove
generazioni vivano le festività con gli stessi sentimenti e le stesse
modalità dei loro nonni.
Ma sarebbe importante non perdere il significato più profondo di quella
tradizione: il valore della memoria, il rispetto per i defunti, il
legame tra le generazioni e la capacità di riconoscersi in una storia comune.
La Festa dei Morti ci ricordava che non siamo individui isolati, ma il
risultato di una storia familiare e collettiva. Ci insegnava che i nostri
cari continuano a vivere nei ricordi, nei racconti e nei gesti di chi resta.
Forse è proprio questo il patrimonio più prezioso che rischiamo di perdere.
Le tradizioni non scompaiono soltanto perché cambiano le abitudini.
Scompaiono soprattutto quando una comunità smette di riconoscersi in esse e
non sente più il bisogno di trasmetterle.
Ecco perché il ricordo della Festa dei Morti di una volta non deve essere
considerato soltanto un esercizio di nostalgia. È anche un modo per
interrogarsi sul presente dei nostri paesi, sulla loro progressiva perdita
di identità e sulla necessità di conservare almeno quella parte della nostra
storia che ancora può parlare alle nuove generazioni.
Perché un paese non è fatto soltanto di strade, case e piazze. È fatto anche
delle persone che lo hanno abitato, delle loro storie, dei loro affetti e
delle tradizioni che hanno lasciato in eredità. E forse,
quando il 2 novembre torniamo al cimitero e ci fermiamo davanti alle tombe
dei nostri cari, dovremmo ricordare anche questo: che custodire la memoria
dei morti significa, in fondo, custodire l'anima dei vivi.