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Novembre 2026

 

04/11/2026

Comune. Assistenza ai compiti per la scuola primaria; iscrizioni aperte sino all'11 novembre

 

Assistenza ai compiti per la scuola primaria
Locandina

Il supporto allo studio e l'assistenza nello svolgimento dei compiti a casa rappresentano un pilastro fondamentale per la crescita dei bambini. Questo momento di guida non serve soltanto a completare gli esercizi assegnati dalla scuola, ma aiuta i più piccoli a sviluppare un metodo di lavoro organizzato, a consolidare le nozioni apprese in classe e a rafforzare la propria autostima di fronte alle difficoltà scolastiche. Un accompagnamento costante allo studio favorisce la concentrazione e stimola la curiosità verso la conoscenza.

Assistenza ai compiti per la scuola primaria
(Locandina)

In questo ambito si colloca l'operato dell'Associazione Nam-jai ETS, un ente del Terzo Settore impegnato in progetti d'inclusione, solidarietà e supporto socio-educativo per le comunità locali.
Il Comune di Grotte, insieme all'Associazione Nam-jai ETS e in collaborazione con il Servizio Civile Universale, promuove un servizio di assistenza compiti destinato ai bambini della scuola primaria.
Le iscrizioni al servizio si effettuano dal 4 novembre 2026 all'11 novembre 2026, dalle ore 09.00 alle ore 12.30, presso la Biblioteca comunale "M.L. King".
I giorni e gli orari di svolgimento delle attività di sostegno scolastico verranno comunicati successivamente
. 
  
Redazione
4 novembre 2026
  


 

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04/11/2026

Società. "I fratelli Morreale, detti 'Tappitieddri"; del dott. Salvatore Filippo Vitello

 

Dott. Salvatore Filippo Vitello
Salvatore Filippo Vitello

Bottega del calzolaio
Calzolaio

I fratelli Morreale, detti «Tappitieddri». Una storia di lavoro, dignità e solidarietà nella Grotte degli anni Sessanta e Settanta.
Ci sono storie di paese che rischiano di perdersi con il passare del tempo. Storie di persone semplici, che non hanno lasciato monumenti né ricchezze, ma che hanno contribuito, con il loro lavoro e con il loro modo di vivere, a costruire il tessuto umano e sociale di una comunità.
È il caso dei fratelli Calogero, Giuseppe e Vincenzo Morreale e delle loro quattro sorelle, conosciuti a Grotte con il soprannome di «Tappitieddri», una famiglia che merita di essere ricordata per la laboriosità, la dignità e, soprattutto, per una straordinaria testimonianza di solidarietà umana
.

Bottega del calzolaio
(Bottega del calzolaio)

Per comprendere pienamente la loro vicenda occorre riportarsi alla Grotte della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, quando la vita economica del paese era ancora fortemente legata all'agricoltura e al lavoro artigianale.
Era un periodo non facile. Molte famiglie vivevano del lavoro quotidiano, spesso faticoso e incerto, dei campi. Il bracciantato agricolo rappresentava per tanti uomini la principale, quando non l'unica, possibilità di sostentamento. Si lavorava a giornata, seguendo i ritmi delle stagioni e le occasioni offerte dai proprietari terrieri. La disoccupazione e la mancanza di prospettive spingevano molti giovani e adulti a cercare fortuna lontano dal paese, alimentando un'emigrazione che, già dagli anni Cinquanta, aveva assunto dimensioni importanti.
In questo contesto, l'artigianato continuava a svolgere una funzione essenziale nella vita della comunità. Le botteghe non erano soltanto luoghi di produzione e di lavoro: erano punti di riferimento per i bisogni quotidiani della popolazione, spazi di incontro e di relazioni, piccoli presidi di una società nella quale il lavoro manuale conservava un valore fondamentale.
Tra queste botteghe c'era quella dei fratelli Morreale, in via Cavour.
Calogero, conosciuto anche come Lillo, era il calzolaio a tempo pieno. Un artigiano nel senso più autentico della parola, che conosceva il mestiere e lo esercitava con perizia e pazienza. Realizzava scarpe su misura, soprattutto per i contadini, i quali avevano bisogno di calzature robuste, capaci di resistere alle dure condizioni del lavoro nei campi.
Erano soprattutto scarponi chiodati, cuciti rigorosamente a mano, costruiti per durare. In quegli anni, infatti, le risorse economiche delle famiglie erano limitate e non ci si poteva permettere di sostituire frequentemente un paio di scarpe. Un buon paio di scarponi doveva accompagnare il contadino per molti anni, affrontando la terra, le pietre, il fango e le fatiche delle stagioni agricole.
Il lavoro di Calogero rispondeva dunque a un'esigenza concreta e importante della comunità. Nelle sue mani il cuoio diventava una calzatura resistente, frutto di un sapere artigianale fatto di esperienza, precisione e dedizione.
Giuseppe (Peppi), invece, lavorava prevalentemente in campagna. Era un bracciante agricolo che prestava la propria opera a giornata e che, quando non era impegnato nei campi, collaborava con il fratello nella calzoleria. Due attività diverse, ma complementari, che consentivano di mettere insieme le forze e contribuire al sostentamento della famiglia.
Vincenzo, anch'egli contadino, aveva un'altra particolarità. Al rientro dalla campagna, negli stessi locali della calzoleria di via Cavour, esercitava il mestiere di barbiere. Così, in un medesimo ambiente, convivevano due attività artigianali: quella del calzolaio e quella del barbiere. Due mestieri tradizionali che rispondevano alle necessità quotidiane degli abitanti del paese.
Ma la bottega dei Morreale non era soltanto un luogo di lavoro maschile.
Nella stanza accanto alla calzoleria, infatti, le sorelle svolgevano l'attività di sarte. Anche in questo caso si trattava di un lavoro paziente e accurato, che contribuiva all'economia familiare. Le relazioni con l'esterno e i rapporti con la clientela della sartoria erano curati soprattutto dalla sorella maggiore, Cuncittina.
La vita della famiglia era organizzata secondo una rigida separazione dei ruoli tra uomini e donne, secondo consuetudini e mentalità ancora diffuse in quegli anni.
Ciascuno aveva il proprio spazio e i propri compiti, ma tutti concorrevano, con impegno e senso di responsabilità, al benessere del nucleo familiare.
Erano fratelli e sorelle tutti non sposati, ma questo non significava affatto che vivessero isolati o chiusi al mondo esterno. Al contrario, la loro casa e soprattutto la bottega di calzoleria erano luoghi aperti, frequentati da tante persone.
La calzoleria-barberia diventava, nelle ore di riposo, un piccolo centro di aggregazione spontanea. Vi si ritrovavano ragazzi del quartiere (quelli della Beddamatri catina), uomini adulti e contadini che, al termine della giornata lavorativa, passavano a salutare, a scambiare qualche parola o semplicemente a trascorrere un po' di tempo in compagnia.
E c'era Calogero, Lillo, seduto al suo banchetto da calzolaio, pronto a intrattenere i presenti con le sue storie e i suoi racconti. Attorno a lui si raccoglievano i ragazzi e gli adulti, attratti dalla sua capacità di raccontare e di rendere piacevole quel momento di incontro.
Erano occasioni semplici, lontane dalle forme di socialità organizzata di oggi, ma proprio per questo autentiche. La bottega diventava un luogo nel quale il lavoro lasciava spazio alla conversazione, il mestiere si intrecciava con la vita quotidiana e le persone ritrovavano il piacere di stare insieme.
Eppure, al di là della laboriosità e della capacità di mantenere viva una piccola attività familiare, ciò per cui i fratelli Morreale meritano di essere ricordati è qualcosa di ancora più importante: la loro straordinaria solidarietà e il loro altruismo.
Accanto alla propria vita, fatta di lavoro e sacrifici, seppero trovare spazio per occuparsi di chi si trovava in una condizione di particolare bisogno.
Due genitori, vicini di casa, vennero a mancare entrambi, lasciando i figli ancora ragazzi. Una situazione drammatica, che avrebbe potuto compromettere il futuro di quei giovanissimi, privati troppo presto delle figure fondamentali della famiglia.
I fratelli Morreale non rimasero indifferenti.
Si fecero carico di quei piccoli, ne assunsero la tutela, li aiutarono a crescere e li accompagnarono nel percorso della vita, seguendoli fino al raggiungimento della maggiore età e, comunque, fino a quando furono in grado di conquistare la propria autonomia e indipendenza.
Non si trattò di un gesto occasionale, né di un aiuto limitato alle prime necessità. Fu un impegno concreto, continuativo, che richiese responsabilità, disponibilità e una generosità fuori dal comune.
In un'epoca nella quale le difficoltà economiche erano spesso affrontate all'interno delle famiglie e delle reti di vicinato, i Tappitieddri seppero interpretare nel modo più alto il significato della solidarietà: farsi carico degli altri, soprattutto quando gli altri sono più fragili e hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro.
Non cercarono riconoscimenti, non fecero della loro generosità motivo di ostentazione. Aiutarono perché ritenevano giusto farlo, perché sentivano che quei bambini avevano bisogno di una famiglia e perché non potevano restare indifferenti davanti a una simile difficoltà.
Il loro fu un esempio di amore oblativo, di quella forma di generosità che non attende ricompense e non pretende nulla in cambio.
Oggi, a distanza di tanti anni, ricordare i fratelli Calogero, Giuseppe e Vincenzo Morreale, e le loro sorelle, i Tappitieddri, significa restituire alla memoria collettiva un pezzo della storia quotidiana di Grotte.
La loro vicenda ci riporta a un mondo nel quale si lavorava duramente, si viveva con poco e spesso si dovevano affrontare sacrifici e privazioni. Ma era anche un mondo nel quale il vicinato, la conoscenza reciproca e il senso di appartenenza alla comunità potevano tradursi in gesti concreti di solidarietà.
Non bisogna idealizzare il passato né dimenticare le sue contraddizioni. Tuttavia, sarebbe un errore lasciare cadere nell'oblio esempi di umanità come quello offerto da questa famiglia.
I Tappitieddri erano persone umili e semplici, dignitose, rette e oneste. Ciascuno, secondo le proprie capacità e il proprio mestiere, contribuiva al sostentamento della famiglia. Ma seppero andare oltre gli obblighi e le necessità della vita quotidiana, dedicando una parte importante della propria esistenza alla cura degli altri.
Il loro patrimonio più grande non fu quello materiale, ma quello umano e morale.
Una ricchezza fatta di lavoro, rispetto, responsabilità e generosità silenziosa.
È soprattutto per questo che meritano di essere ricordati: perché hanno saputo donare senza riserve, vivendo fino in fondo la propria umanità.
E perché, nella storia di un piccolo paese come Grotte, anche le vite più semplici possono lasciare un segno profondo e duraturo
. 
  

Salvatore Filippo Vitello

4 novembre 2026 
© Riproduzione riservata.
        

 

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03/11/2026

Attualità. "Comprano speranza e pèrdono; è così che in tanti si rovinano"; di Giovanni Volpe

 

Comprano speranza e pèrdono; è così che in tanti si rovinano
Ludopatia

Spesso li vedi negli angoli più remoti di un bar, in separé appositamente pensati per loro. Oppure li trovi ad affollare le sale giochi, luoghi destinati al pubblico ludibrio. Non sono principi o duchi. Non sono Vittorio De Sica. Non hanno il savoir-vivre dei facoltosi frequentatori di casinò. Macché.

Comprano speranza e pèrdono; è così che in tanti si rovinano
(Ludopatia)

Sono paonazzi in viso, indossano ancora gli abiti da lavoro, stanno aggrappati a una birra e fissano uno schermo. Nevrotici, irosi, con sulle spalle tutto il peso di un'esistenza grama.
Grattano, segnano, aspettano, spingono tasti su una macchinetta. Comprano speranza e pèrdono, quasi sempre, sempre. Ma non smettono di sperare.
È così che in tanti si rovinano, ma dovremmo esser loro grati, perché questo Stato, che dovrebbe proteggerli, sulla loro disperazione e sulla loro illusione ci fa cassa e con una parte del ricavato finanzia persino quello Stato sociale che dovrebbe impedire alla disperazione di diventare un affare.
Bene, adesso le estrazioni del Superenalotto saranno cinque alla settimana. Cinque occasioni per sognare. Cinque per perdere. Cinque per contribuire al bene comune.
Forza, allora, giocate!
Che magari, con un piccolo sforzo collettivo, riusciamo finalmente a comprare la carta igienica per le turche delle scuole pubbliche
. 
  
Giovanni Volpe
3 novembre 2026
© Riproduzione riservata.
           


 

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03/11/2026

Comune. 4 Novembre a Grotte: il ricordo dei caduti e il valore della pace al centro della celebrazione

 

4 Novembre a Grotte
Locandina

Le Autorità civili e militari di Grotte, insieme ai cittadini che vorranno partecipare, si ritroveranno domani, mercoledì 4 novembre 2026, per celebrare la Giornata dell'Unità Nazionale e la Festa delle Forze Armate, ricorrenza dedicata a chi ha difeso la patria con l'obiettivo di costruire un futuro di pace e legalità.

4 Novembre a Grotte
(Locandina)

Il momento di incontro e raccoglimento è fissato in Piazza Umberto I alle ore 12.00. Si tratta di un momento di riflessione istituzionale e collettiva che ogni anno coinvolge la comunità locale e le autorità cittadine, per ricordare i caduti e rinnovare i valori della memoria storica. 
  
Redazione
3 novembre 2026
  


 

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02/11/2026

Società. "La Festa dei Morti di una volta: quando il ricordo dei defunti era una festa di tutta la comunità"; del dott. Salvatore Filippo Vitello

 

Dott. Salvatore Filippo Vitello
Salvatore Filippo Vitello

La Festa dei Morti di una volta: quando il ricordo dei defunti era una festa di tutta la comunità
Pupi di zucchero

Traggo spunto dal bel ricordo della festa dei morti, del prof. Iacono su Malgradotutto del 1 novembre 2026, al quale mi riaggancio per ribadire che c'è stato un tempo in cui, nei piccoli paesi dell'entroterra agrigentino, il 2 novembre non era soltanto il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. Era anche un giorno atteso, soprattutto dai bambini, che lo vivevano con un'emozione particolare, forse di più della stessa festa di Natale. Una ricorrenza nella quale il ricordo di chi non c'era più si intrecciava con la gioia dei più piccoli, con gli affetti familiari e con un patrimonio di consuetudini che apparteneva all'intera comunità.

La Festa dei Morti di una volta: quando il ricordo dei defunti era una festa di tutta la comunità
(I "pupi" di zucchero)

La Festa dei Morti aveva un significato che andava ben oltre la dimensione religiosa. Era una tradizione profondamente radicata nella cultura popolare siciliana, capace di tenere insieme il mondo dei vivi e quello dei defunti, la memoria familiare e la vita quotidiana, il dolore della perdita e la gioia dell'infanzia.
Per noi bambini di Grotte (così come a Racalmuto e nei paesi vicini), il 2 novembre era soprattutto il giorno in cui si riceveva qualcosa. Nelle famiglie con più possibilità poteva arrivare qualche giocattolo, magari un'automobilina o un piccolo gioco meccanico. Per la maggioranza, invece, il dono era più modesto: un pupo di zucchero, qualche dolcetto preparato in casa o le cosiddette ossa di morto, semplici biscotti fatti con farina e zucchero, tra i più economici e diffusi.
Non c'era ancora l'attesa di Babbo Natale (a quei tempi neanche si conosceva), almeno non nel significato che avrebbe assunto negli anni successivi. Era la Festa dei Morti il momento in cui i bambini ricevevano i loro regali, che secondo la tradizione erano portati dai familiari defunti. Era un modo affettuoso e suggestivo per raccontare ai più piccoli che i propri cari, pur non essendo più presenti, continuavano a ricordarsi di loro.
Una consuetudine che aveva anche un importante valore educativo: i bambini imparavano a conoscere i nonni, gli antenati e i parenti scomparsi attraverso il racconto familiare.
La morte non era un argomento da nascondere o da rimuovere, ma una realtà della vita con la quale si entrava in contatto attraverso i racconti, le preghiere e le tradizioni.
A Grotte, per noi che abitavamo nella zona della piazza, l'avvicinarsi della festa era annunciato anche da un appuntamento che non dimenticherò: l'esposizione dei giocattoli che curava lu zi Peppi Spitali, in via Garibaldi, proprio di fronte alla Chiesa Madre.
Era quello il luogo dove potevamo ammirare i giochi più desiderati e più in voga in quegli anni: automobiline, piccoli motorini a batteria e tante altre cose che, agli occhi di un bambino, sembravano meraviglie.
Bastava fermarsi davanti a quell'esposizione per cominciare a sognare e a immaginare quale di quei giocattoli avrebbe potuto trovare la mattina del 2 novembre... per molti era e rimaneva un sogno. Quell'attesa era parte integrante della festa.
Ma quel ricordo ci restituisce anche un'immagine di Grotte che oggi appartiene quasi a un'altra epoca. Via Garibaldi era allora una strada ricca di attività commerciali, con una presenza diffusa di negozi che animavano il centro e alimentavano la vita economica e sociale del paese. Ricordo una vera e propria successione di esercizi commerciali che partiva dal Calvario e arrivava fino alle scuole elementari.
Il commercio non era soltanto un'attività economica: era anche un elemento di aggregazione, un luogo di incontro e di relazione. Le vetrine, le botteghe e i negozi facevano parte della vita quotidiana e contribuivano a creare quell'atmosfera di paese nella quale tutti, in qualche modo, si conoscevano.
Dalla seconda metà degli anni Ottanta è cominciato un progressivo declino economico e commerciale, che oggi appare evidente.
Via Garibaldi e il centrale Viale della Vittoria hanno perso gran parte delle attività che un tempo li caratterizzavano. È venuta meno, insieme ai negozi, anche una parte importante della vitalità del centro urbano, che si anima solo nei giorni di festa, per il resto è un circolare di macchine e motorini.
L'altro grande protagonista della Festa dei Morti era il cimitero. Nei giorni del primo e del 2 novembre si registrava una partecipazione straordinaria. Le famiglie si recavano in visita ai propri defunti, si occupavano delle tombe, portavano fiori e si fermavano a pregare (si doveva tenere la tomba aperta). Il cimitero diventava il luogo di una manifestazione collettiva di affetto e di appartenenza.
Anche per noi ragazzi andare al cimitero era un appuntamento quasi irrinunciabile. Ci piaceva girare tra le tombe, osservare le cappelle e soffermarci davanti alle sepolture. Presso quasi ogni tomba era presente un familiare, che sembrava fare da guardia d'onore al proprio caro. Al nostro passaggio, ci fermavamo per un segno della croce, un gesto semplice, ma che esprimeva rispetto per i defunti e i loro familiari.
C'erano poi le suore del Boccone del Povero e quelle orfanelle (che non so perché pensavo fossero forestiere ed invece ho poi scoperto che alcune erano di Grotte) che, in cambio di una piccola offerta, recitavano ripetutamente e meccanicamente, di fronte alle tombe e su richiesta dei parenti, le preghiere per le anime dei defunti, senza capirne il senso e significato.
Erano immagini caratteristiche di quella ricorrenza, oggi difficili da ritrovare, che appartenevano a un mondo nel quale la religiosità popolare era ancora una componente essenziale della vita collettiva.
Era una festa anche quella. Non una festa nel senso della spensieratezza, naturalmente, ma un momento nel quale la comunità si ritrovava intorno alla memoria dei propri morti, riconoscendosi in una storia comune.
Il cimitero non era soltanto il luogo della sepoltura: era una sorta di archivio della memoria collettiva. Le tombe raccontavano le vicende delle famiglie, le generazioni che si erano succedute, le persone che avevano contribuito alla storia del paese.
Perché questa tradizione si è progressivamente dissolta? La distanza tra quella realtà e quella odierna è ormai enorme. Non si tratta soltanto di una diversa maniera di celebrare il 2 novembre, ma di una trasformazione profonda della società, dei rapporti familiari e dello stesso modo di percepire la morte.
Le ragioni della scomparsa della tradizione sono molteplici e si intrecciano tra loro. La prima è certamente il cambiamento della struttura sociale ed economica dei piccoli centri.
L'emigrazione, lo spopolamento e il progressivo invecchiamento della popolazione hanno modificato radicalmente la composizione delle comunità dell'entroterra agrigentino. Molte famiglie si sono trasferite altrove, i legami di vicinato si sono indeboliti e le occasioni di incontro collettivo sono diventate sempre più rare.
Un tempo la famiglia era il principale veicolo attraverso il quale si trasmettevano le tradizioni. I nonni raccontavano ai nipoti la storia dei propri genitori e dei propri antenati, tramandavano le consuetudini e mantenevano vivo il legame tra le generazioni. Oggi, con le famiglie sempre più piccole e spesso geograficamente disperse, questa trasmissione culturale è diventata più difficile.
Un secondo fattore è rappresentato dal mutamento dei modelli di consumo. La Festa dei Morti aveva anche una sua dimensione economica, legata alla produzione artigianale dei dolci, alla vendita dei giocattoli e alla vitalità dei piccoli negozi locali. I regali erano spesso semplici, ma avevano un valore affettivo enorme. Erano attesi, desiderati e vissuti come qualcosa di speciale.
Con il miglioramento delle condizioni economiche, la diffusione dei giocattoli durante tutto l'anno e la progressiva commercializzazione delle festività, quel carattere di eccezionalità si è attenuato. Ciò che un tempo rappresentava un dono straordinario è diventato un acquisto ordinario, disponibile in qualsiasi momento.
Anche il rapporto con la religione e con la morte è profondamente cambiato. La società contemporanea tende spesso a rimuovere la morte dalla quotidianità, a relegarla in una dimensione privata, quasi fosse un argomento da evitare.
In passato, invece, il ricordo dei defunti era parte integrante della vita familiare e comunitaria. Le visite al cimitero, le preghiere e le consuetudini del 2 novembre erano occasioni nelle quali il ricordo si manifestava pubblicamente.
Infine, non si può trascurare il ruolo dei nuovi modelli culturali e delle festività importate, prima fra tutte Halloween. La sua diffusione ha introdotto una diversa rappresentazione del rapporto con la morte: non più prevalentemente legata alla memoria dei propri cari, ma trasformata in occasione di divertimento, travestimenti e consumo.
Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire ad Halloween la responsabilità della scomparsa della Festa dei Morti. La sua diffusione è piuttosto il segno di un cambiamento culturale già avvenuto. Una tradizione perde forza quando non viene più trasmessa, quando non trova più spazio nella vita delle famiglie e quando le nuove generazioni non ne percepiscono il significato.
Non bisogna avere nostalgia indiscriminata del passato. Molte delle trasformazioni intervenute negli ultimi decenni hanno rappresentato un indiscutibile progresso: migliori condizioni di vita, maggiore benessere, nuove opportunità di studio e di lavoro, una società meno condizionata da difficoltà materiali che un tempo erano molto diffuse.
Eppure, questo sviluppo ha avuto anche un prezzo sul piano sociale e culturale.
I piccoli paesi hanno perso progressivamente una parte della loro identità comunitaria. Le piazze si sono svuotate, le attività commerciali hanno chiuso, le relazioni si sono diradate e molte consuetudini sono scomparse senza essere sostituite da altrettante occasioni di aggregazione.
Anche il cimitero, che un tempo rappresentava uno dei luoghi più frequentati e curati della comunità, restituisce oggi un'immagine diversa.
Nel mio caso, il cimitero di Grotte rimane una tappa imprescindibile ogni volta che ritorno al paese. È un luogo nel quale ritrovo affetti, ricordi e una parte importante della mia storia personale.
Eppure, non posso fare a meno di notare lo stato di abbandono di numerose tombe, soprattutto nella parte più antica e monumentale, quella che si incontra già dall'ingresso. Sepolture che un tempo erano testimonianza della presenza e della storia di importanti famiglie del paese appaiono oggi trascurate, talvolta in rovina.
È un'immagine che induce a riflettere. Perché la cura delle tombe non è soltanto una questione di decoro o di manutenzione: è anche una forma di rispetto per la memoria, un modo per conservare il legame con chi ci ha preceduto.
Tra la Festa dei Morti di sessant'anni fa e quella di oggi esiste una distanza che appare quasi incolmabile. Non si tratta soltanto della scomparsa dei giocattoli, dei dolci tradizionali o delle antiche consuetudini. È venuto meno soprattutto quel sentimento collettivo che faceva della ricorrenza un momento di partecipazione dell'intera comunità.
Forse non è possibile, e nemmeno necessario, riportare in vita integralmente un mondo che appartiene ormai alla storia. Le condizioni sociali, economiche e culturali sono cambiate e non avrebbe senso pretendere che le nuove generazioni vivano le festività con gli stessi sentimenti e le stesse modalità dei loro nonni.
Ma sarebbe importante non perdere il significato più profondo di quella tradizione: il valore della memoria, il rispetto per i defunti, il legame tra le generazioni e la capacità di riconoscersi in una storia comune.
La Festa dei Morti ci ricordava che non siamo individui isolati, ma il risultato di una storia familiare e collettiva. Ci insegnava che i nostri cari continuano a vivere nei ricordi, nei racconti e nei gesti di chi resta. Forse è proprio questo il patrimonio più prezioso che rischiamo di perdere.
Le tradizioni non scompaiono soltanto perché cambiano le abitudini. Scompaiono soprattutto quando una comunità smette di riconoscersi in esse e non sente più il bisogno di trasmetterle.
Ecco perché il ricordo della Festa dei Morti di una volta non deve essere considerato soltanto un esercizio di nostalgia. È anche un modo per interrogarsi sul presente dei nostri paesi, sulla loro progressiva perdita di identità e sulla necessità di conservare almeno quella parte della nostra storia che ancora può parlare alle nuove generazioni.
Perché un paese non è fatto soltanto di strade, case e piazze. È fatto anche delle persone che lo hanno abitato, delle loro storie, dei loro affetti e delle tradizioni che hanno lasciato in eredità.
E forse, quando il 2 novembre torniamo al cimitero e ci fermiamo davanti alle tombe dei nostri cari, dovremmo ricordare anche questo: che custodire la memoria dei morti significa, in fondo, custodire l'anima dei vivi. 
  

Salvatore Filippo Vitello

2 novembre 2026 
© Riproduzione riservata.
        

 

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01/11/2026

Curiosità. "I mesi dell'anno in filastrocca - Novembre"; di Giuseppe Castronovo

 

I mesi dell'anno in filastrocca
Filastrocca dei mesi


"
I MESI DELL'ANNO IN FILASTROCCA"

NOVEMBRE

Per tutti Santi (1 novembre)
mantello e guanti.

Per la Festa di San Martino (11 novembre)
apri la botte e assaggia il vino.

Novembre va in montagna
e abbacchia la castagna.

Trenta dì conta Novembre
con aprile giugno e settembre;
di ventotto ce n’è uno,
tutti gli altri ne han trentuno
.
     

 

   

Giuseppe Castronovo
(gcastronovo.blogspot.it)
  

 

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